Il 4 maggio la crudeltà e la sfrontatezza della gente di Gaza hanno raggiunto nuove vette. Decine di razzi contro Israele prima della settimana in cui ricorre il giorno dell’indipendenza, poco dopo il giorno della memoria (che in Israele si celebra tra aprile e maggio) e, soprattutto, a due settimane appena dall’inizio dell’Eurovision. Come osate, abitanti di Gaza? Come osate? Israele ha appena commemorato l’olocausto, si sta preparando per il giorno dell’indipendenza e i musicisti cominciano a sbarcare all’aeroporto di Tel Aviv-Ben-Gurion. E nonostante questo voi lanciate razzi Qassam? Come faremo a celebrare?

I notiziari ci fanno credere che Israele sia sotto assedio e Gaza minacci di distruggere lo stato ebraico. Instagram ha già proposto “Le storie di Eva al confine di Gaza”, in cui la tragedia di una bambina di 13 anni uccisa dai nazisti ad Auschwitz è ambientata al confine con la Striscia di Gaza. Gli opinionisti ci spiegano che è tutta colpa di Hamas e della sua avidità. Il Ramadan è alle porte e Hamas “ha un disperato bisogno di soldi”. Altri sostengono che “la responsabilità è della debole politica di sicurezza a cui Israele ha abituato i gruppi terroristi. Bombardiamo solo gli edifici”.

Uno stato fondato sul ricordo dei ghetti, di cui poco fa ha celebrato la memoria, chiude gli occhi di fronte al ghetto molto più grande che ha costruito con le sue mani

Per questo ora i cattivi ci sparano addosso. Hamas vuole soldi. Israele è troppo permissiva: loro sono il terrore, noi siamo la pace. Loro sono i cattivi, nati per uccidere. Il 3 maggio l’esercito israeliano aveva ucciso quattro persone che manifestavano al confine. Ma chi le conta più. “Questo succede quando l’assenza di politica e l’immobilismo conducono al ricatto”, ha mormorato una voce saggia, ma nessuno è riuscito a capire cosa stesse dicendo. Era Benny Gantz, l’alternativa, il principale avversario politico di Benjamin Netanyahu, sconfitto alle elezioni. È per questo che abbiamo un’opposizione.

Ogni cosa viene sconnessa dalla realtà, intenzionalmente, con ostinazione. Non è passata nemmeno una settimana dal giorno della memoria. Eppure il fatto che da dodici anni due milioni di persone vivano rinchiuse in una gigantesca gabbia, circondate dal filo spinato, agli israeliani non ricorda niente, non provoca nessuna reazione. Manca meno di una settimana al giorno dell’indipendenza, ma la lotta per la libertà di un altro popolo è senza alcun motivo considerata terrorismo omicida.

Perfino il tentativo disperato di evitare che la gente muoia di fame è considerato un atto di avidità, mentre provare a dare l’apparenza di una festività al Ramadan, il mese più sacro dell’anno, è chiaramente un’estorsione. La propaganda è arrivata così in basso. E nessuno protesta. Un’alzata di spalle e si va avanti. Chiunque dubiti di quanto il tema dell’olocausto sia stato inculcato in modo vuoto e distruttivo dovrebbe valutare la risposta dello stato ebraico alla rivolta del ghetto di Gaza. Chiunque ignori la realtà o cerchi di negare il disastro non ha imparato niente.

Gaza è un ghetto. Quello che sta succedendo nel sud è la rivolta di un ghetto. Non ci sono altri modi per descriverla. Si può criticare Hamas, ma non si può criticare Gaza. Gaza combatte per la libertà. Non esiste lotta più nobile. E Hamas è il suo leader.

Il conto alla rovescia per la morte di Hamas è già partito. Mancano sette mesi a quello che annunciava un rapporto delle Nazioni Unite, ancora sette mesi e Gaza sarà inabitabile. Israele risponde con uno sbadiglio e i suoi portavoce non sanno far altro che ripetere la parola “deterrenza”, il mostro che abbiamo creato per giustificare ogni omicidio, ogni atto di distruzione. Mentiamo a noi stessi, fino allo stremo. Ci diciamo che c’è un motivo per tenere rinchiuse due milioni di persone, senza lavoro, disperate, umiliate, alcune affamate, altre in fin di vita per mancanza di cure mediche.

Nessuno in Israele può immaginare come sia stata la vita a Gaza negli ultimi dodici anni. Ci sono persone che si occupano di tenere il nostro sguardo lontano da questa realtà. Il governo ha vietato ai giornalisti israeliani di entrare a Gaza e nessuno ha protestato. Le storie di Eva dovrebbero essere filmate a Gaza, non al confine tra Gaza e Israele.

Uno stato fondato sul ricordo dei ghetti, di cui pochi giorni fa ha celebrato la memoria, chiude gli occhi di fronte a un ghetto molto più grande che ha costruito con le sue mani ma non vuole vedere, a un’ora di strada dal centro del paese. Israele, nato da una battaglia sanguinaria, non riconosce giustizia alla lotta di un altro popolo. E non è nemmeno sicuro che questo popolo esista. Una società che si considera esemplare ed è cresciuta nonostante l’indifferenza del mondo per le sue sofferenze mostra una terribile indifferenza per le sofferenze che sta causando ad altri.

“Cos’erano prima i palestinesi?”, mi ha chiesto una donna il 3 maggio, a una conferenza a Tel Aviv. E cosa eravamo noi? Cosa siamo diventati? ◆ as

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Questo articolo è uscito sul numero 1306 di Internazionale, a pagina 36. Compra questo numero | Abbonati