Il mondo letterario francese è in fermento da una settimana a causa del primo romanzo di un autore poco conosciuto, intitolato C’était ça ou mourir ed esaltato da più parti in vista della stagione dei premi autunnali. Thélyson Orélien, scrittore haitiano-quebecchese, ha appena ottenuto il premio Fnac ed è candidato a tutti i principali riconoscimenti letterari dell’autunno.

Tuttavia, mentre la promozione del romanzo era all’apice, un profilo privato su X, Balance ton Claude, ha affermato che l’opera è stata scritta con un pesante ricorso all’intelligenza artificiale (ia). I mezzi d’informazione conservatori e di estrema destra hanno diffuso la notizia senza porsi il problema dell’affidabilità del sistema di rilevamento dell’ia usato per “smascherare” Orélien. A quel punto, inevitabilmente, è scoppiato lo scandalo.

Pochi giorni dopo sono state rivolte accuse di plagio all’autore a proposito di alcuni testi scritti nel decennio scorso, aggiungendosi alla polemica iniziale. Il 25 settembre la vicenda ha provocato il ritiro del romanzo dalla prima selezione per il premio dell’académie Goncourt. L’appropriazione di testi altrui solleva interrogativi di natura morale ed etica, ma in questo caso non c’è il sospetto che C’était ça ou mourir sia frutto di un plagio.

Samuel Fitoussi, saggista e giornalista di Le Figaro, autore di Woke fiction (2023), ha confermato di essere il responsabile della denuncia iniziale. Contattato da Mediapart, non ha voluto rispondere alle nostre domande. In un’intervista concessa al Nouvel Obs, però, Fitoussi ha giurato che la sua iniziativa “non ha alcun legame con l’argomento del romanzo (l’immigrazione) né tanto meno con il fatto che sia stato scritto da un nero”.

Un’epopea migratoria

Eppure è impossibile analizzare la vicenda senza tener conto del tema del romanzo, un’epopea migratoria, e dell’identità del suo autore, un uomo nero originario di Haiti e successivamente emigrato in Canada.

Tutto questo evidenzia una questione essenziale: come affrontare una polemica scatenata dall’estrema destra? E come impedire a queste forze politiche di dettarne i tempi? Oggi il mondo dell’editoria non può prescindere da un dibattito sull’uso dell’intelligenza artificiale nella letteratura, ma in quest’ottica Orélien (che nega risolutamente di aver fatto ricorso a questo strumento per scrivere il romanzo) è diventato il simbolo di una discussione che va ben oltre il suo caso specifico.

Diverse ricercatrici e scrittici con cui abbiamo parlato denunciano la portata smisurata assunta dalla polemica e temono le ripercussioni di una gogna pubblica sulla salute mentale di un autore che fino a quel momento aveva ricevuto grandi elogi. Da qui la volontà di non turbarlo, soprattutto considerando che la controversia è strumentalizzata e amplificata dall’estrema destra.

Fania Noël, sociologa, saggista e militante afrofemminista, ritiene che la polemica sul presunto uso dell’intelligenza artificiale nella scrittura del romanzo di Orélien non sia “interessante”, al punto da definirla un “falso dibattito”. “Nessuno ha le competenze etiche e tecniche per stabilire il grado dell’eventuale ricorso all’ia per generare, riformulare o correggere il testo”. Secondo Noël la vicenda rappresenta l’ennesima manifestazione della “guerra ideologica contro tutto ciò che riguarda il postcolonialismo e il razzismo, una guerra che coinvolge l’intero spettro politico”.

La scrittrice Diaty Diallo, che ha appena pubblicato il romanzo Darya et Dou­nya, confessa di essere “stanca di questi meccanismi che si riproducono all’infinito senza che si riesca a fermarli”. Diallo considera “assolutamente ridicolo” il fatto che l’estrema destra sia impegnata in un dibattito sull’intelligenza artificiale, considerando che “c’è dentro con tutti e due i piedi”.

Faïza Guène, anche lei scrittrice, spiega di non voler intervenire nel merito della vicenda che coinvolge Orélien. Secondo l’autrice, la questione evidenzia la necessità di “non sottostare alle regole” del mondo editoriale. Guène sottolinea che Orélien è stato abbandonato da tutti, dopo essere stato incensato “dalla stessa élite che non ha riconosciuto il mio lavoro di autrice e mi ha relegata nel ruolo di scrittrice di periferia”.

Commemorazione di Jason Arday, Londra, 17 agosto 2026 (Yui Mok, PA Images/Getty)

Ognuno al suo posto

Agli occhi di Guène la principale minaccia per l’editoria non è l’intelligenza artificiale, ma la svolta verso l’estrema destra dell’intero settore e la concentrazione delle case editrici nelle mani dei miliardari. Secondo Diallo, la vicenda è un grave campanello d’allarme. “Per me, in quanto autrice, il messaggio inviato dall’estrema destra è chiaro: ‘Abbiamo capito che il soffitto di cristallo si sta sgretolando, e questo non va bene. Basta così. Dovete restare al vostro posto’. È in tutto e per tutto un contrattacco”.

Solène Brun, ricercatrice del Cnrs e specialista di questioni razziali, condivide questa analisi a proposito del caso di Orélien. Secondo Brun, infatti, la volontà di “rimettere al suo posto Orélien” è evidente, e in generale “non possiamo sostenere che il colore della pelle dell’autore sia irrilevante. Pensare di avviare una riflessione senza incentrarla sul razzismo di questo paese è un grosso problema”.

La dinamica in atto non è il prodotto di una forma di comune razzismo, ma ricalca una lunga tradizione in cui alle persone non bianche “non è riconosciuta non solo la capacità di riflettere e creare, ma anche quella di produrre sapere, pensiero e arte”.

Nel campo della ricerca c’è un’altra vicenda che ha fatto scalpore nel corso dell’estate. Jason Arday, professore universitario nero e il più giovane docente di Cambridge, era stato accusato di plagio nella sua tesi di dottorato.

La sua morte è arrivata al culmine di un’intensa campagna denigratoria avviata da un ricercatore statunitense, accusato di razzismo.

Quando Arday è stato emarginato dalla sua università si è scoperto che le accuse erano probabilmente infondate. La commissione dell’ateneo in cui il ricercatore aveva svolto il dottorato ha concluso che la tesi presentava unicamente errori “onesti e ragionevoli”.

Le storie di Arday e Orélien dimostrano fino a che punto, negli ambienti culturali, la posizione delle persone appartenenti alle minoranze resti precaria, anche quando ricoprono incarichi prestigiosi.

Secondo Dawud Bumaye, responsabile letteraria per la casa editrice indipendente (ormai chiusa) Métagraphes e poi per la rivista femminista e antirazzista Dissidente, la vicenda dimostra che “per gli autori razzializzati il rischio di una caduta improvvisa è sempre dietro l’angolo. Penso che non possiamo comportarci come se non vivessimo nel nord globale, in Francia o in generale in Europa, in un ambiente in cui il razzismo è onnipresente. Se Thélyson Orélien fosse stato bianco, la polemica sarebbe anche potuta scoppiare, ma non avrebbe mai raggiunto proporzioni del genere”.

In Francia è molto più facile accusare uno scrittore nero di non essere l’autore del suo testo

A tal proposito ricordiamo, per esempio, il caso di Michel Houellebecq, accusato nel 2010 di una serie di “prestiti” non dichiarati da Wikipedia per il suo romanzo La carta e il territorio. All’epoca la polemica si era spenta rapidamente e Houellebecq aveva addirittura vinto il premio Goncourt.

Noël s’interroga sulla posizione singolare in cui si trova Orélien, il cui romanzo è stato pubblicato da Grasset, una delle case editrici del gruppo Bolloré, che ha acquistato a peso d’oro i diritti per la Francia di un’opera pubblicata inizialmente da una casa editrice quebecchese, Éditions du Boréal.

Secondo Noël, il gruppo Bolloré “porta avanti una guerra ideologica in Francia e aveva bisogno di un atto di presunta inclusività per proteggere le sue pubblicazioni”.

Diallo ha un’interpretazione abbastanza simile. “Nel mondo editoriale e della cultura ci sono persone che credono sinceramente nelle nostre storie, ma questo è sempre accompagnato da una sorta di contabilità sul numero di autori razzializzati pubblicati e sul tipo di storie che ci si aspetta di leggere”.

Secondo Diallo, questo sostegno è falso. “Oggi lo stesso gruppo abbandona il suo autore alla massa inferocita. Nel frattempo nessuno osa attaccare gli editor e i correttori che hanno lavorato al libro senza riscontrare alcun problema. Tutti vengono difesi, tranne l’autore”.

Nessuna sorpresa

Bumaye non si stupisce del fatto che “davanti all’accanimento giornalistico” la casa editrice abbia voltato le spalle a Orélien. “Per questi grandi gruppi il libro è un prodotto commerciale come un altro. Fino a quando un autore vende, finanziano la promozione.

Appena scatta la polemica, però, non si fanno il minimo scrupolo ad abbandonarlo, perché sanno che ci sarà sempre qualcuno pronto a prendere il suo posto”.

Bumaye ricorda anche che le tematiche legate all’immigrazione, al razzismo e al genere sono considerate dall’editoria fenomeni passeggeri o mode editoriali da cavalcare “in modo opportunistico” agganciandosi ai movimenti come il Black lives matter nel 2020.

Su Instagram la scrittrice franco-camerunese Hemley Boum si è rivolta direttamente a Orélien manifestandogli il suo sostegno: “La logica mortale che ti ha presentato come un prodotto di mar­keting proiettandoti nel firmamento letterario, senza spiegarti i codici e le lotte intestine, è la stessa che oggi ti sta linciando senza pietà. È la logica di un mondo che crede di controllare ancora tutte le narrazioni e di poter scegliere chi merita di esistere, quando e perché, ma anche chi dev’essere incensato e chi dev’essere schiacciato”.

Su Facebook la romanziera haitiana Yanick Lahens ha espresso il proprio stupore per la “vigliaccheria” del mondo editoriale e per il trattamento riservato all’autore. “Dire che Orélien ha commesso errori è una cosa, gettarlo in pasto alla folla è un’altra. La vigliaccheria a cui ho assistito mi ha lasciato senza parole. A Orélien non è stato concesso né il tempo né il diritto di spiegarsi. Passeremo al setaccio anche tutti gli altri autori e le altre autrici in lizza per i grandi premi dell’autunno?”.

In un’intervista a Mediapart, lo scrittore Mohamed Mbougar Sarr, vincitore del premio Goncourt nel 2021, sottolinea che il veleno del dubbio s’instilla più facilmente quando chi ne è oggetto appartiene a una minoranza. “La storia letteraria ci insegna che in Francia, da parecchio tempo, è molto più facile accusare uno scrittore nero di non essere l’autore del suo testo”.

Nel romanzo di Sarr intitolato La più recondita memoria degli uomini (2021), il personaggio di T.C. Elimane s’ispira alla disavventura di Yambo Ouologuem, uno scrittore maliano che nel 1968 aveva ricevuto il premio Renaudot per il suo romanzo Dovere di violenza. Dopo essere stato acclamato, Ouologuem era stato accusato di plagio e abbandonato dalla sua casa editrice, trascorrendo il resto dei suoi giorni da semieremita. Il parallelo con la vicenda di Orélien è evidente, anche perché le dinamiche sono le stesse.

Più in generale il mondo dell’editoria, estremamente chiuso, non ha mai davvero voluto dare spazio agli scrittori non bianchi. Negli anni ottanta i primi autori e autrici discendenti dagli immigrati, come Mehdi Charef, sono stati accolti con sufficienza e hanno dovuto dimostrare la propria legittimità.

Indipendenza editoriale

Lo stesso ambiente oggi s’interroga sul lavoro delle persone razzializzate. Hanno davvero scritto le loro opere? Nel 2004, quando si è affermata, Faïza Guène è stata il bersaglio del disprezzo del mondo dell’editoria e di una parte dei mezzi d’informazione. C’è addirittura chi ha insinuato che non avesse scritto da sola Kif kif domani. Un giornalista, in particolare, è arrivato a chiederle chi le avesse “tenuto la mano durante la scrittura”.

Nel 2022 Diallo ha pubblicato il suo primo e apprezzato romanzo, Deux secondes d’air qui brûle. Oggi racconta che all’epoca non ha notato sospetti diretti in merito a chi avesse scritto l’opera, ma ha dovuto affrontare atteggiamenti molto più insidiosi. “Mi chiedevano continuamente ‘come hai fatto a pubblicare con Seuil?’. È una domanda che non avrebbero mai rivolto a un bianco di cinquant’anni. E c’era chi si stupiva per la mia ‘intelligenza’”.

Queste frasi e questi sottintesi hanno spinto Guène ad abbandonare il circuito di pubblicazione tradizionale. Dopo aver rinunciato alla collaborazione con Fayard, punta di diamante dell’impero editoriale del miliardario di estrema destra Vincent Bolloré, la scrittrice ha creato la sua casa editrice, Ex-Empire, con cui pubblicherà Salam manifesto. “L’ho fatto per essere libera e rivolgermi direttamente ai miei lettori senza dover ubbidire ai limiti imposti dalle case editrici tradizionali”, puntualizza. ◆ as

Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it

Questo articolo è uscito sul numero 1685 di Internazionale, a pagina 80. Compra questo numero | Abbonati