La storia di Maha Dahine e dei suoi due figli, Hanna e Antoine Khoury, somiglia a quelle delle altre innumerevoli vittime del conflitto in Siria: spinti dalla paura e dalla disperazione, i Dahine hanno lasciato il loro paese nel 2016 in cambio di un futuro incerto in Europa. L’esperienza vissuta da Maha Dahine e dai suoi figli però è diversa da quella delle migliaia di profughi che hanno rischiato la vita attraversando il Mediterraneo a bordo di imbarcazioni di fortuna. Nel novembre del 2018, dopo due anni vissuti in Libano, la famiglia è salita su un aereo, diretto a Roma, e poi si è spostata nelle valli alpine del Piemonte occidentale, dove i Dahine hanno cominciato una nuova vita.

I profughi siriani

Quel viaggio è stato organizzato anche grazie all’aiuto dei valdesi, una comunità di cristiani riformati discendenti di un gruppo di eretici arrivato in Piemonte nel dodicesimo secolo per fuggire dalle persecuzioni. Motivati da questo doloroso passato, i valdesi sono tra i protagonisti di un’iniziativa italiana chiamata corridoi umanitari, a cui partecipano anche la Federazione delle chiese evangeliche italiane e la Comunità di Sant’Egidio, un’organizzazione cattolica con sede a Roma. Dal 2016 i corridoi umanitari hanno aiutato circa duemila profughi siriani ad arrivare in Italia.

I valdesi sono “molto sensibili al tema dei rifugiati” perché ricordano bene che i loro antenati per secoli sono stati costretti a scappare da un paese all’altro, spiega Erika Tomassone, pastora della chiesa valdese. “Storicamente noi eravamo gli immigrati”, conferma Gianluca Barbanotti, segretario esecutivo della Diaconia valdese, l’ente che coordina le attività benefiche della chiesa. La chiesa valdese è la più numerosa comunità protestante in un paese fortemente cattolico. Oggi in Italia vivono circa ventimila valdesi, e la maggioranza è concentrata in tre valli del Piemonte: la val Chisone, la valle Germanasca e la val Pellice.

Nel comune di Torre Pellice c’è un’area conosciuta come “quartiere valdese”, la cui disposizione ricorda quella delle case a schiera del Regno Unito dell’ottocento, con un tempio ispirato alle chiese anglicane. Si tratta di un omaggio ai protestanti britannici che aiutarono i valdesi quasi due secoli fa.

Le comunità valdesi in Italia sono state molto attive nello sviluppo dei corridoi umanitari, confermando il loro lungo impegno con i migranti. Il progetto è pensato per assistere i profughi più vulnerabili, spesso con gravi problemi di salute. I candidati vengono individuati attraverso un lungo processo di selezione, in paesi come il Libano. Anche se i numeri sono ridotti, i valdesi sottolineano che i corridoi umanitari hanno ispirato altri piani simili in Francia, Belgio e Andorra. L’iniziativa è “un modello vincente per un’Europa che vuole essere degna dei princìpi di solidarietà e di rispetto dei diritti umani su cui è stata fondata”, spiega Alessandra Trotta, moderatrice della Tavola valdese, una commissione composta da sette persone, pastori e laici, che rappresenta l’Unione delle Chiese metodiste e valdesi (il nome ufficiale della chiesa valdese) nei rapporti con lo stato e con le organizzazioni ecumeniche.

I valdesi prendono il loro nome da un mercante del dodicesimo secolo chiamato Valdo e residente a Lione. Valdo rinunciò alle sue ricchezze e cominciò a predicare in strada, spingendo papa Lucio III a scomunicarlo insieme ai suoi seguaci, che furono dichiarati eretici. Molti valdesi cercarono rifugio nelle valli delle alpi Cozie, tra l’Italia e la Francia. Quel territorio diventò una sorta di base della congregazione durante secoli di continue persecuzioni. “Il seicento è stato un secolo particolarmente difficile”, spiega Davide Rosso, direttore della Fondazione centro culturale valdese, riferendosi alla peste del 1630 e alla campagna condotta nel 1655 dal duca di Savoia per sopprimere i valdesi, che ispirò un sonetto del poeta inglese John Milton e si concluse con l’intervento di Oliver Cromwell. Solo nel 1848 il re Carlo Alberto di Savoia, sovrano nella regione dove vivevano i valdesi, gli concesse i diritti civili e politici, poco prima di fare lo stesso con gli ebrei italiani.

In Italia la chiesa valdese è conosciuta per la sua impostazione progressista. Nel 1967 ha consacrato la prima donna sacerdote, ed è stata la prima chiesa protestante d’Italia a benedire le unioni tra persone dello stesso sesso durante una cerimonia in chiesa (due cose che la chiesa cattolica non ha fatto). Trotta spiega che la battaglia per vedere riconosciuti i propri diritti è all’origine dell’impegno con cui i valdesi difendono il rispetto dei diritti fondamentali. “Siamo cristiani strani. Non vogliamo i crocifissi nei luoghi pubblici, nemmeno nelle scuole”, spiega. Nel 2015 Trotta era presente a una cerimonia celebrata a Torino e in cui papa Francesco chiedeva scusa per le persecuzioni inflitte in passato ai valdesi dalla chiesa cattolica. “Mi hanno proposto di dare la benedizione finale. Ora tutti mi dicono: ‘Hai benedetto il papa’”, racconta ridendo.

Gran parte delle finanze dei valdesi arriva dai contribuenti italiani, che ogni anno possono devolvere una frazione delle loro tasse a un’organizzazione benefica o a un’iniziativa sociale. Nel 2019 circa 560mila italiani hanno scelto di finanziare i valdesi, che hanno incassato 42 milioni di euro. “Siamo consapevoli della responsabilità che deriva da questo sostegno”, ammette Trotta. Il denaro ricevuto viene usato anche per finanziare i corridoi umanitari. Trotta sottolinea che i corridoi sono “un modello vincente”, la prova che “può esserci un’alternativa” all’immigrazione irregolare trasformata in un cavallo di battaglia dall’estrema destra.

“Più si tengono chiuse le porte e più si facilitano le rotte irregolari che portano instabilità sociale. È un circolo vizioso che può essere spezzato”.

Da sapere
I corridoi umanitari

◆ Sono uno strumento per fare entrare in Italia, legalmente e in sicurezza, con un visto umanitario, persone in “condizioni di vulnerabilità” (vittime di persecuzioni, torture, famiglie con bambini, anziani, malati, persone con disabilità). I profughi sono accolti in strutture o case a spese delle associazioni che partecipano al progetto. Gli viene insegnato l’italiano e i bambini vengono iscritti a scuola. Poi possono chiedere asilo. Dal 2016 a oggi sono arrivate in Italia attraverso i corridoi umanitari più di 2.800 persone. Sant’Egidio


Dopo una selezione fatta nel paese di partenza, i rifugiati seguono un corso orientativo per prepararsi all’arrivo nella città ritenuta più adatta alle loro necessità. Maha Dahine, 60 anni, e i suoi figli Hanna, 28 anni, e Antoine, 26 anni, sono stati indirizzati a Pinerolo, una cittadina di 36mila abitanti a sudovest di Torino, in Piemonte.

Quando i rifugiati arrivano in Italia ricevono ospitalità, una somma per fare la spesa, una formazione linguistica, sostegno psicologico e assistenza legale. I volontari locali e gli esponenti della chiesa li aiutano con le necessità urgenti, come la burocrazia, l’iscrizione dei bambini a scuola e la ricerca di un lavoro. L’assistenza comincia a ridursi dopo sei mesi, in base alla situazione particolare, spesso complicata da problemi di salute.

“Aiutare i rifugiati a essere autonomi favorisce l’integrazione. Finora ha funzionato molto bene”, spiega Giovanni Comba, presidente della Diaconia valdese.

Non vogliamo fare proseliti

Dopo due anni trascorsi a Pinerolo, Hanna e Antoine parlano un ottimo italiano. La madre invece ha ancora qualche difficoltà. Hanna studia scienze internazionali dello sviluppo e della cooperazione all’università di Torino, mentre Antoine sta facendo uno stage retribuito come sviluppatore web. “Mi basta sentire che sto migliorando la mia vita, che sto imparando qualcosa di nuovo, che sto costruendo una carriera e che la mia famiglia sta bene”, ci ha spiegato Antoine nella cucina dell’appartamento dove vive la famiglia.

Trotta sottolinea con orgoglio che la chiesa valdese non intende fare proseliti tra i migranti. Ma tra le centinaia di migliaia di persone arrivate in Italia negli ultimi trent’anni ci sono anche molti protestanti, provenienti dall’Africa, dalle Filippine, dalla Corea del Sud e dal Sudamerica. Alcuni di loro si sono uniti alla chiesa valdese, modificando profondamente “i numeri e la composizione di molte delle nostre comunità”, racconta Trotta. ◆ as

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Questo articolo è uscito sul numero 1391 di Internazionale, a pagina 30. Compra questo numero | Abbonati