In Turchia, quando ero piccola, ogni settimana ci riunivamo con parenti e amici per guardare un western. John Wayne parlava un turco perfetto. Clint Eastwood pronunciava le sue risposte taglienti nel dialetto di Istanbul. Le città dei cowboy avrebbero potuto benissimo trovarsi da qualche parte in Anatolia. Quando la serie statunitense Dallas è arrivata in Turchia ha creato un entusiasmo generale durato anni. Quando mandavano in onda una nuova puntata, per strada di sera non c’era nessuno. Mia nonna fece il malocchio a J.R., il malvagio magnate del petrolio. Lo odiavamo tutti, ma non l’abbiamo mai considerato un “americano” né un “occidentale”. È questo l’aspetto che mi sorprende quando ricordo quel periodo: l’assenza di un sentimento antioccidentale o antieuropeo. In parte è così perché la Turchia non è stata colonizzata. All’epoca i turchi pensavano di far parte dell’occidente, anche se la maggior parte degli europei non lo sapeva.
Quella Turchia però non esiste più. Nel corso degli anni, la mia madrepatria è diventata sempre più isolazionista e antieuropea. Insieme all’autoritarismo del governo, è arrivata un’impennata dell’ultranazionalismo e del fondamentalismo religioso. Questa evoluzione ha portato a un aumento del sessismo e delle disparità di genere. La violenza contro le donne è cresciuta, con un aumento del 25 per cento degli omicidi nel 2017. Le nuove generazioni subiscono la retorica dell’etnonazionalismo e del populismo di destra. Lo stato d’emergenza, proclamato dopo il tentativo di colpo di stato contro il presidente Recep Tayyip Erdoğan, è finito, ma non c’è stato un ritorno alla normalità.
In Turchia è in corso un grande cambiamento culturale. Ci stanno spingendo verso un tribalismo artificiale, cercando di convincerci che siamo diversi dall’occidente
A fine agosto la Trt, la televisione di stato turca, ha annunciato che non trasmetterà più film western. È l’ultima tappa dello scontro tra Turchia e Stati Uniti, che ha spinto l’amministrazione Trump a imporre sanzioni economiche contro un alleato della Nato. Le sanzioni hanno fatto sprofondare la lira turca, già indebolita dalle politiche economiche del Partito per la giustizia e lo sviluppo (Akp) e dalla svolta antidemocratica del paese. Erdoğan ha chiesto di boicottare i prodotti elettronici statunitensi. Il governo inoltre ha chiesto al popolo di convertire i dollari in lire.
Per tutto il mese di agosto quasi ogni giorno i canali televisivi e i giornali vicini al governo ci hanno racontato di “cittadini esemplari” che protestavano contro l’America e l’occidente. Un uomo di Adana, città del sud, ha pubblicamente dato fuoco ai passaporti statunitensi dei figli. Sempre ad Adana, un gruppo nazionalista ha bruciato dollari americani davanti alle telecamere. L’isteria sciovinista non ha colpito tutti i cittadini. Solo una minoranza protesta in pubblico. Ma in un paese in cui l’opposizione viene repressa, a conquistare l’attenzione dei mezzi d’informazione sono quelli che bruciano i simboli. Chi si rifiuta di far parte di questo spettacolo è considerato un traditore.
In Turchia è in corso un grande cambiamento culturale. Ci stanno spingendo verso un tribalismo artificiale, cercando di convincerci che siamo diversi dall’occidente. Dicono che non saremo mai come loro. La cultura è diventata il nuovo campo di battaglia. Il laicismo svanisce, mentre aumentano le scuole religiose. La teoria dell’evoluzione di Darwin è scomparsa dal nuovo programma scolastico. L’istruzione è stata rimodellata in base a direttive religiose e nazionalistiche. Erdoğan è stato chiaro: vuole crescere “una generazione devota”. Ma la deriva della Turchia avrà conseguenze negative sia per “noi” sia per “loro”. Questa è la sfida che attende i politici europei: il problema non riguarda solo la Turchia, ma un numero sempre maggiore di paesi dove la democrazia traballa. Serve un atteggiamento critico nei confronti dei governi autoritari, ma al tempo stesso dobbiamo sostenere la società civile di quei paesi. Emarginare questi stati e allontanarli dagli standard occidentali farà il gioco degli isolazionisti. Gli islamisti e i nazionalisti turchi non vogliono che la Turchia entri nell’Unione europea e hanno tutto l’interesse a far salire la tensione.
Mentre questo melodramma va avanti, i giornalisti, gli attivisti e i leader civici turchi vengono processati, esiliati o incarcerati. L’attivista Osman Kavala, sostenitore del dialogo con l’Europa, è ancora in prigione con accuse ingiustificate, così come il leader dell’opposizione Selahattin Demirtaş. Il romanziere e giornalista Ahmet Altan è stato condannato all’ergastolo. La Turchia è diventata il paese che più di ogni altro al mondo mette in carcere i giornalisti, superando la Cina. Il 25 agosto la Veglia delle madri, una manifestazione organizzata per ricordare al paese le centinaia di persone “scomparse” mentre erano sotto la custodia della polizia, è stata repressa dalle forze dell’ordine e più di venti persone sono state arrestate.
Ogni giorno la Turchia scivola un po’ più indietro, ma la società civile resiste. Nel paese vivono tante persone – donne, studenti, minoranze – che continuano a sostenere la democrazia ma di cui non possiamo sentire la voce. Sono ancora lì. Siamo ancora lì. “L’occidente” non può permettersi di non vederci. ◆ as
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Questo articolo è uscito sul numero 1273 di Internazionale, a pagina 42. Compra questo numero | Abbonati





