◆ Gli studenti serbi mi hanno fatto sognare. Tra le importanti tornate elettorali della scorsa settimana mi sono emozionata soprattutto per loro, mi hanno restituito una speranza. Sono un’ingenua, mi dicono. Può darsi che più avanti debba pentirmi di ciò che sto scrivendo, ma per ora ci voglio credere. A un movimento giovanile nato dal basso che in meno di due anni di proteste non violente è riuscito a portare alle urne il 70 per cento degli elettori e a ottenere la maggioranza assoluta contro il partito dell’autocrate filorusso Aleksandar Vučić. Uno che da ragazzo era su posizioni ultranazionaliste, implicato nella pulizia etnica, uno che da adulto ha pronunciato in parlamento la frase “per ogni serbo ucciso, uccideremo cento musulmani”. A settembre alcuni suoi ministri hanno partecipato agli scandalosi funerali di stato di Ratko Mladić, il genocida di Srebrenica. Ora si teme per il futuro: la Lista studentesca non ha un leader, un portavoce, e nemmeno un programma definito. Non ha, insomma, la forma di un partito tradizionale. Ma penso che abbia una grande forza democratica al proprio interno, forse anche la forza di convertire la sua azione da “contro” a “per”. Ora è tutto da costruire, da inventare. Ma la società serba ha dato prova, a differenza di quanto sta accadendo in tutto l’occidente, di saper ascoltare con fiducia la sua componente più giovane e viva, quella che le garantirà il futuro.
Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it
Questo articolo è uscito sul numero 1690 di Internazionale, a pagina 14. Compra questo numero | Abbonati





