Quel che resta della mia ansia è tutto in questo viaggio ormai imminente a Dublino. È già organizzato da tempo, i biglietti aerei salvati sul telefono, gli incontri con i lettori stabiliti. Ma io penso solo al cherosene. Lo scenario che l’immaginazione ansiosa sa creare è un volo di andata regolare, seguito da una cancellazione del volo di ritorno per mancanza di carburante. Resterei bloccata nell’isola che ho sempre immaginato senza mai visitarla. L’Irlanda di Sally Rooney e, a ritroso, dei giganti: Shaw, Beckett, Yeats. Potrei cercare i paesaggi del film Gli spiriti dell’isola . Ma io non voglio rimanere incastrata in un paese di cui so così poco la lingua, mi sentirei quasi inerme. Come molti della mia generazione ho studiato francese a scuola e il livello del mio inglese è A1 meno meno. Ho in corso un ultimo tentativo, ma la mia conversazione non è certo fluent . In viaggio ascolto con piacere i giovani e con invidia i pochi miei coetanei che lo parlano bene. Comunque il pensiero di essere costretta in un luogo mi risulta insopportabile. Viaggiare mi piace, se sono libera di tornare. Studio un rientro alternativo attraverso la Francia: da Dublino a Cherbourg in traghetto, poi vari treni. Ci metterei più di tre giorni. E se si bloccano anche i trasporti via mare e su rotaia? La verde Irlanda diventa di colpo claustrofobica. Sono queste le nuove ansie, il punto d’innesco è nello stretto di Hormuz.

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Questo articolo è uscito sul numero 1664 di Internazionale, a pagina 14. Compra questo numero | Abbonati