**◆ **Riassunto. A momenti – forse – si esce dalla clausura, ma con una tale quantità di precauzioni e un così fitto accavallarsi di profezie infauste che ci vuole fegato, dopo quasi due mesi, a mettere fuori il naso, la bocca, le mani. Del resto chi ce la fa più, dopo cinquanta giorni? Abbiamo schierato in battaglia tutti i libri, i film, le cantate, i dipinti che avessero anche vagamente a che fare con pandemie e reclusioni. Abbiamo incollato l’orecchio alle radio e l’occhio alle tv soprattutto per capire se l’Europa disunita riusciva a fingere di essere unita almeno nel disastro. Abbiamo fatto, con Zoom o altro, politica, scuola, lavori, aperitivi, riducendo lo schermo a una parete di loculi con immaginette noiosamente ciarliere, ombre o sogni non diverse da quelle degli inferi. Solo i morti veri, una folla, non si sono mai visti, hanno taciuto. Oggi siamo come il bambino che ha messo disciplinatamente il dito nel foro della diga e aspetta che qualcuno – industriale, politico, scienziato – gli dica: tutto a posto, levalo. Ma poiché non c’è chi non tema il crollo sanitario quanto quello economico, ciò che abbiamo ottenuto è: levarlo piano piano, senza trascurare la mascherina; poi casomai, se si vede la mala parata, lo rimetti. Usciremo dunque mostrando solo gli occhi, come Jesse James, come le odalische nel Ladro di Bagdad , come se avessero stravinto i califfi.
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Questo articolo è uscito sul numero 1355 di Internazionale, a pagina 14. Compra questo numero | Abbonati




