**◆ **La nostra letteratura ha un bel po’ di opere d’incerta classificazione. A fondare la nostra tradizione c’è un poema ma sacro, una commedia di un autobiografismo inventato ma divina. Seguono novelle sciolte; novelle saldamente incatenate dentro strutture portanti elaboratissime, proemi, introduzioni; autobiografie di finzione: epistolari pensosi pieni di racconti eccellenti in poche righe. A lavorarci si potrebbe tracciare una storia letteraria dell’anomalia italiana, sempre a disagio nei generi. Calvino indicava nelle Operette morali _ di Leopardi “un libro senza eguali nelle altre letterature”. Isella ha parlato del _Castello di Udine _ di Gadda come di un “testo di problematica definizione”, né romanzo né racconto lungo né raccolta di racconti. Primo Levi diceva del suo _Sistema periodico : “Non è un trattato di chimica, non è un’autobiografia, è una storia, tende alla microstoria”. Chissà, forse questo disagio del casellario è la nostra maledizione: se origina a volte forme strepitose, facilita spesso nei più l’adattamento casereccio di abiti francesi, inglesi, russi, mitteleuropei, americani, coreani, a seconda del vento. D’altra parte è proprio questo stare troppo stretti o troppo larghi nelle forme di volta in volta trionfanti che, mentre tutto cambia, potrebbe diventare il trampolino per un salto fuori standard. Parliamo di letteratura, cioè di tutto.
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Questo articolo è uscito sul numero 1304 di Internazionale, a pagina 10. Compra questo numero | Abbonati





