Per molto tempo Marine Le Pen aveva creduto di essere intoccabile, talmente sicura della propria immortalità politica da averla trasformata in una battuta ripetuta fino allo sfinimento: “Per non farmi candidare mi deve investire un camion”. Ma il 31 marzo 2025 aveva improvvisamente perso la voglia di scherzare.
Quel giorno, infatti, il tribunale penale di Parigi l’aveva costretta a prendere atto della gravità della vicenda che riguardava gli assistenti parlamentari europei del Front national (diventato nel 2018 Rassemblement national, Rn) avviando l’inesorabile conto alla rovescia della sua vita politica. Con una sentenza di primo grado severa, paralizzata dalla condanna di ineleggibilità, la deputata del collegio di Pas-de-Calais aveva intravisto per la prima volta la sua “morte”politica.
Il 7 luglio, anche se non è arrivato il “miracolo” davanti alla corte d’appello di Parigi, Le Pen ha comunque annunciato la sua resurrezione.
Nuovamente condannata per “appropriazione indebita di fondi pubblici”, la leader dell’estrema destra ha approfittato della clemenza della corte d’appello – che ha ridotto l’ineleggibilità al minimo – per confermare al telegiornale della sera la sua candidatura alle presidenziali del 2027. E pazienza se tutto resta appeso a un incerto ricorso in cassazione, lo stesso che a febbraio era stato considerato troppo rischioso per ipotecarci una campagna elettorale. Gli eventuali imprevisti, a questo punto, consolideranno il racconto della “vittima sacrificale” della politica, come risulta già evidente dalla foto che mostra Le Pen in posa “messianica” e con le braccia a croce, diffusa subito dopo l’annuncio per celebrare la “rinascita”.
Stavolta anche i suoi collaboratori più stretti avevano temuto che le cose non sarebbero andate per il verso giusto. A loro Le Pen aveva ripetuto la lezione imparata dall’esclusione di suo padre dal partito, nel 2015: all’epoca si aspettava due anni di polemiche, di militanti arrabbiati e lettere furiose, ma alla fine tutto si era sgonfiato in due giorni. E così dovremo di nuovo fare i conti con una leader che da più di vent’anni si affida alla sua “buona stella” per bilanciare la mancanza di risultati, le sconfitte e i tradimenti che hanno segnato la sua carriera, e che non manca mai, quando le cose si mettono male, di ricordare il suo potere assoluto sulla “azienda politica” di famiglia e sull’estrema destra francese.
Ironia della sorte, Marine Le Pen ha vacillato proprio sull’integrità, il tema che l’aveva catapultata sulla scena politica una sera di maggio del 2002, pochi giorni dopo la sconfitta del padre al secondo turno delle presidenziali. Invitata a un dibattito su France 3, quel giorno si era fatta notare contestando l’integrità dei suoi avversari. “Chi ha spinto i francesi a credere che tutti i politici siano disonesti? È stato lei!”, aveva attaccato Le Pen indicando Jean-Luc Mélenchon, all’epoca esponente del Partito socialista e ministro uscente del governo di Lionel Jospin. “Ma chi è questa?”, aveva risposto seccamente lui.
Figura macchiata
Ventiquattro anni dopo la “figlia di Jean Marie” può nuovamente proiettarsi verso un duello con Mélenchon, oggi leader della France insoumise e candidato alla presidenza della repubblica. Ma a questo punto sarà molto difficile presentarsi come campionessa dell’onestà. L’ex sostenitrice dell’“ineleggibilità a vita per i parlamentari condannati per appropriazione indebita di fondi pubblici” sarà la prima candidata alla massima carica del paese condannata due volte, tra l’altro per lo stesso reato contro cui si scagliava con veemenza (fatto salvo cosa deciderà la cassazione).
Le Pen dovrà fare i conti con la popolarità di Jordan Bardella, che nei mesi è cresciuta
Contrariamente al 2025, oggi è difficile che l’Rn si lanci in una crociata contro i giudici. Gli attacchi populisti alla prima sentenza contrastavano in modo lampante con il tentativo di ripulire l’immagine del partito che Le Pen portava avanti da decenni, oltre al fatto che si erano rivelati controproducenti: solo poche migliaia di fedelissimi avevano manifestato contro i giudici, mentre secondo un sondaggio la maggioranza dei francesi aveva avuto la percezione che la condanna di Le Pen fosse “il segno di una democrazia che funziona”.
Stavolta la contestazione della giustizia sarà meno eclatante. I quadri hanno ricevuto l’ordine di non reagire sui social media e non ci saranno manifestazioni. L’Rn cercherà di inserire questo episodio nel racconto agiografico incentrato su una figura politica capace di rinascere per l’ennesima volta dalle sue ceneri.
Le due condanne, che in condizioni normali chiuderebbero a chiunque la strada per l’Eliseo, sono presentate come gli ultimi assalti del presunto “sistema” contro la donna che promette di abbatterlo. D’altronde Le Pen è una che ha saputo sopravvivere a tutto: a un attentato (1976), alle scissioni, all’esclusione di suo padre, al fiasco del suo primo ballottaggio (2017) e al tradimento di quelli che le hanno preferito Eric Zemmour.
Tuttavia la reazione populista e la riscrittura martirologica di una grave violazione dell’integrità non si conciliano bene con un partito così impegnato a proiettare un’immagine rispettabile. La condanna di Le Pen è una nota stonata nella sua grande opera: riavvicinare al potere un’estrema destra che suo padre aveva riportato al centro del panorama politico francese, dopo decenni di marginalizzazione dovuta alla memoria infamante del collaborazionismo e del regime di Vichy durante la seconda guerra mondiale.
Per vent’anni la figlia del “diavolo della repubblica” si è dedicata anima e corpo alla riabilitazione del vecchio partito-paria, e per farlo ha dovuto mettere alla porta gli elementi più radicali: noti antisemiti, identitari, tradizionalisti, ultraconservatori e neofascisti sono spariti dalle foto, anche se alcuni di loro continuano ad agire dietro le quinte, nascosti negli organigrammi o negli assetti societari. Senza contare le decine di candidati razzisti, antisemiti o complottisti emersi alle ultime elezioni legislative e municipali.
Anche il programma non è sfuggito all’opera di “sdemonizzazione”. Oltre all’antisemitismo Marine Le Pen ha rinunciato alle sue promesse più radicali, dall’uscita dall’euro al ripristino della pena di morte, passando per il divieto della doppia cittadinanza. Ciò che resta è il “marinismo”, un sovranismo con una spruzzata di tematiche sociali, a patto che l’assistenza dello stato porti benefici solo ai francesi: la “preferenza nazionale” (ribattezzata “priorità nazionale”) continua a essere la chiave di volta xenofoba del programma.
La ricerca incessante di legittimità è stata coronata da successi innegabili. Per due volte Le Pen è arrivata al secondo turno delle presidenziali (2017 e 2022), raddoppiando il numero di voti ottenuti dal padre nel 2002. Ancora più impressionante è stata la capacità dei lepenisti di penetrare progressivamente all’interno dell’assemblea nazionale. Dal 2017 al 2024, l’Rn è passato da una mezza dozzina di deputati, isolati e senza potere, al più grande gruppo parlamentare dopo lo scioglimento delle camere deciso da Emmanuel Macron nel giugno 2024 (122 seggi, a cui si aggiungono 17 alleati). Si tratta di un battaglione prezioso per portare avanti la strategia di normalizzazione e spezzare ciò che resta del fatiscente “cordone sanitario” contro l’estrema destra.
Un erede scomodo
Ma se da un lato il “marinismo” non è mai sembrato così forte, dall’altro è innegabile che molti elettori si erano ormai convinti che a incarnarlo non fosse più Marine Le Pen, ma un’altra persona. Candidata scontata del suo schieramento dopo aver temuto di non poterlo essere, Le Pen dovrà fare i conti con la popolarità di Jordan Bardella, che si è consolidata negli ultimi mesi. I dubbi pesanti sull’ineleggibilità di Le Pen avevano trasformato l’aspirante primo ministro (e possibile “piano b” per le presidenziali) nel favorito ai comizi e nei sondaggi: ognuno, oggi, gli assegna un punteggio migliore rispetto a quello della sua mentore, mentre ogni raduno pubblico conferma che la maggioranza dei simpatizzanti desidera che l’allievo sostituisca la maestra.
Il ripristino dell’ordine originale dell’Rn imporrà a Le Pen un rapido chiarimento della sua linea. Approfittando sicuramente della confusione che circondava la presidente dei deputati del partito, Bardella ha fatto vibrare una corda più liberale e ha messo in discussione diversi punti cruciali del programma, come quelli sulle pensioni, le istituzioni europee o la tassazione delle imprese. Le Pen, dunque, dovrà superare rapidamente queste prime divergenze, se non vuole rischiare che la mitica fenice lepenista si ritrovi con le ali di piombo. ◆ as
Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it
Questo articolo è uscito sul numero 1673 di Internazionale, a pagina 22. Compra questo numero | Abbonati