In musica tocca al pop il destino che tocca al romanzo in letteratura, cioè essere un contenitore dove forme di evasione che hanno come obiettivo principale la consolazione si accompagnano a forme orecchiabili che in realtà fanno indagine e tentano un’avanguardia sentimentale, disponendo parole e immagini al fine di trovare qualcosa d’inedito, che dia da pensare. Scrivono così gli Amari, disinvolti in un contenitore musicale che assorbe intuizioni da molti generi diversi. Lo facevano ai tempi dell’esordio e lo fanno oggi con Finta di niente (La Tempesta), dieci brani che possono tenere insieme Gianni Rodari e l’hip-hop italiano A.T. (cioè Avanti Trap). Mondi lontani che posso accomunare solo nella misura in cui, ascoltando gli Amari, mi capita di sentirmi capace di una gioia indefinita perché posso pensare alle cose comuni della vita quotidiana – le ore che ci ricoprono come una trapunta, l’eredità dei padri che arrivano per ricordarci come se ne sono andati (cito da Nelle ore di punta) – attraverso una coltre malinconica e di jazzata ironia che le fa sembrare fiabesche anche quando mi stancano. Ma questa esperienza non può riguardare solo me, deve accomunare chi li scopre oggi – è auspicabile che gli Amari possano essere una scoperta e non solo una reminiscenza di un tempo in cui i consigli sui dischi non si condividevano con gli algoritmi – a chi li ha sentiti come testimoni di un tempo in cui il cantautorato indipendente italiano credeva davvero di essere innanzitutto una generosa sorpresa. ◆

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Questo articolo è uscito sul numero 1686 di Internazionale, a pagina 86. Compra questo numero | Abbonati