Torna con un omaggio a un fiume rovinato dalla violenza edilizia, ma sopravvissuto alla storia della sua stessa città. A sette anni da Afrodite, il cantautore palermitano Dimartino rientra nella dimensione solista con L’improbabile piena dell’Oreto (Rca/Numero Uno). Ormai Dimartino è così libero e felicemente solo da aver creato un suo palinsesto di riferimento che può fare a meno di Lucio Battisti e anche delle fortunate collaborazioni con Colapesce: nelle tracce dell’album si percepisce tutta la bellezza dell’essere un artista self-possessed, una parola che si traduce male in italiano perché la consapevolezza di sé non riflette del tutto l’impadronirsi di sé. È un’immagine più mossa e forse feroce, ma nella musica di Dimartino c’è anche questo graffio. E così, se di riferimenti proprio se ne vogliono fare, viene in mente che l’Oreto è la versione benigna del fiume nel racconto di Mariana Enríquez Sotto l’acqua nera contenuto nella raccolta Le cose che abbiamo perso nel fuoco, un fiume in cui la violenza della polizia e il degrado ambientale trasformano i ragazzini in mostri. Nel disco di Dimartino invece volteggiano figure eteree, più malinconiche, ma che dalla Sicilia scappano in un labirinto mediterraneo esteso: Agua, ¿dónde vas? si poggia su una poesia di Federico García Lorca e recupera alcuni accenti del compositore iraniano-tedesco Ramin Djawadi. Sufjan Stevens non ha mai finito il progetto degli album dedicati ai cinquanta stati, ma il suo collega siciliano sta facendo qualcosa di simile e di altrettanto poetico con la sua terra. ◆
Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it
Questo articolo è uscito sul numero 1664 di Internazionale, a pagina 96. Compra questo numero | Abbonati




