Una volta un commercialista doveva chiedere a un suo collaboratore di cercare manualmente le sentenze su un caso specifico o andare a vedere cos’era stato scritto su un tema particolare; oggi lo fa l’intelligenza artificiale (ia) in pochi secondi. “Ha cambiato il nostro lavoro. Le attività ripetitive le facciamo svolgere all’ia”, afferma Harmut Schwab, presidente della camera federale dei consulenti fiscali, l’organizzazione di categoria in Germania. Anche la Datev, l’azienda tedesca che fornisce informazioni e software usati da molti commercialisti, ormai offre ai suoi utenti numerose applicazioni d’ia.

Si potrebbe quasi dire che la camera dei consulenti fiscali stia approfittando della rivoluzione dell’ia. Il settore soffre di una pesante carenza nell’offerta di professionisti. I grandi studi ormai selezionano la clientela in base a quanto li fa guadagnare. I consulenti che lavorano da soli sono meno ricercati. Ma è proprio a questi che si rivolge la startup Accountable con il suo “consulente fiscale basato sull’ia”. A quanto dice l’azienda, si tratta di un sistema esperto di normativa fiscale tedesca e continuamente perfezionato da commercialisti in carne e ossa.

Ma per la camera dei consulenti fiscali è un’innovazione tutt’altro che benvenuta. A febbraio l’ordine dei commercialisti di Berlino ha fatto causa alla startup. Il motivo è che in Germania possono definirsi consulenti fiscali solo le persone che hanno superato l’esame di abilitazione e si sono iscritte all’ordine. Alla Accountable sarà vietato usare in futuro espressioni come “consulente fiscale basato sull’ia” o “tax coach”, perché violano la normativa sulla concorrenza.

La sede di Berlino non ha voluto rispondere alle domande della Zeit, ma Schwab si è offerto di spiegare i motivi della causa. “I consumatori non sanno bene come interpretare l’espressione ‘consulente fiscale basato sull’ia’”, afferma. “Una persona comune può pensare che dietro ci sia un vero commercialista”. In effetti dietro l’ia di Accountable ci sono dei consulenti fiscali umani, che hanno contribuito a sviluppare il software. Le risposte però sono fornite da una macchina.

Negli atti della causa si citano solo concetti e definizioni. Ma parlando con gli addetti ai lavori si capisce che per loro in ballo c’è molto di più: da un lato la camera autorizza i suoi iscritti a usare l’intelligenza artificiale; dall’altro chiude alle innovazioni che vengono dall’esterno. Allora è naturale chiedersi se la camera abbia davvero a cuore la protezione dei consumatori o se piuttosto non si batta contro l’automazione del settore.

È abbastanza improbabile che le persone non capiscano che dietro il servizio c’è un algoritmo e non una persona. Comunque, la grande questione sollevata è quella della responsabilità. “Per i clienti è fondamentale sapere che, in caso di errori, c’è qualcuno che ne risponde e che dispone pure di un’assicurazione di responsabilità civile, se dovesse servire”, afferma Schwab. D’altronde, a causa di una dichiarazione dei redditi si può finire nei guai con la giustizia. “Se per qualsiasi motivo il software omettesse uno zero, si tratterebbe di evasione fiscale”, osserva.

Esami di stato

Ci sono buone ragioni se certi lavori restano protetti e se solo i consulenti fiscali abilitati possono definirsi tali. In campo medico, per esempio, ci si fa visitare solo da chi ha studiato medicina e nel campo legale ci si fa consigliare solo da chi ha superato gli esami di stato. Ma l’ia mette in discussione queste certezze: grazie alle nuove tecnologie il tasso di individuazione dei tumori al seno può aumentare; ci sono indicatori del fatto che le auto a guida autonoma incorrano in meno incidenti rispetto a quelle con conducenti umani. In realtà alcune attività della consulenza fiscale sono già delegate all’ia: secondo l’istituto tedesco per il mercato del lavoro e la ricerca professionale, il settore è già automatizzabile per il 62 per cento.

Anche se la camera è molto critica, tra i commercialisti ci sono vedute diverse. Dall’anno scorso nell’associazione dei consulenti fiscali di Berlino e del Brandeburgo, che a differenza della camera è un organismo di rappresentanza su base volontaria, possono già entrare anche gli operatori tecnologici. “Queste innovazioni sono fantastiche”, afferma il vicepresidente Jens Henke. “Ma è importante che la fiducia e la responsabilità restino ancorate alle persone”.

“L’idea che tutto ciò che non è esplicitamente consentito sia vietato è la morte dell’innovazione”, afferma Tino Keller, capo della Accountable in Germania. La startup è stata fondata in Belgio nel 2018 e ha sede a Bruxelles. I suoi utenti continuano a presentare autonomamente la dichiarazione dei redditi, sottolinea Keller, quindi la Accountable non si assume responsabilità. In base al contratto, l’azienda copre solo eventuali pagamenti aggiuntivi riconducibili a errori del software. A seconda dell’offerta scelta, la garanzia va da cinquecento a diecimila euro per dichiarazione dei redditi.

La Mika, un’altra fornitrice di software per la contabilità e la fiscalità, cerca di evitare i conflitti con gli ordini professionali. “Al momento non ci qualifichiamo come consulenti fiscali”, dichiara Agnieszka Walorska, amministratrice delegata dell’azienda, che ha sede a Berlino. Anche la Mika usa l’ia: sul sito si definisce addirittura “la tua alternativa ia al commercialista”. Ma Walorska ha incaricato un avvocato specializzato in normative professionali di esaminare le sezioni critiche del sito, i termini e le condizioni. “Vogliamo fare in modo che non nascano polemiche”, dice, pur accogliendo con favore l’iniziativa della Accountable. “Serve sempre qualcuno che sfidi il sistema”.

Il capo della Accountable, Keller, respinge l’accusa secondo cui l’azienda avrebbe cercato lo scontro. Ma una pervasiva campagna di affissioni a Colonia, Berlino e Amburgo alla fine del 2025 aveva effettivamente qualcosa di provocatorio. “Dì al tuo consulente fiscale che non è colpa sua”, si leggeva sui manifesti accanto al logo lilla della Accountable. “È stata un po’ sfacciata”, ammette Keller. “Forse ha dato fastidio a qualcuno” .

Ma già l’inverno scorso, quando la camera dei consulenti fiscali ha inviato la diffida formale prima di avviare la causa, la Accountable aveva dichiarato di non avere intenzione di rinominare volontariamente il proprio servizio. Per questo al cuore della questione non c’è più solo una definizione, ma quanta ia può essere accettata da un ordine professionale. ◆ nv

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Questo articolo è uscito sul numero 1672 di Internazionale, a pagina 94. Compra questo numero | Abbonati