Mentre un clima fuori controllo devasta l’Europa facendo bruciare i boschi e sommerge l’Asia con le alluvioni, l’Amazzonia si prepara ad affrontare una siccità che fa paura sia ai difensori della foresta sia ai produttori agricoli. Ma ancora di più dovrebbe preoccupare tutti noi.

Gli scienziati prevedono che il picco del Niño avverrà nel momento peggiore possibile per la più grande foresta pluviale tropicale del mondo: alla fine della stagione secca, tra ottobre e dicembre, quando i fiumi sono al livello più basso e il sottobosco rischia di essere estremamente secco. Sarà un periodo di estrema vulnerabilità per la foresta, che ha un ruolo fondamentale per il clima e le colture di tutto il mondo.

Il sistema che sostiene la vita sul pianeta sta già subendo un doppio colpo. Il cambiamento climatico causato dagli esseri umani, dovuto all’uso di combustibili fossili e al disboscamento, sta riscaldando inesorabilmente il mondo e amplificando gli eventi meteorologici estremi, come ondate di caldo e tempeste. A questa tendenza a lungo termine si aggiunge l’ultimo El Niño, un fenomeno naturale caratterizzato da alte temperature nell’oceano Pacifico che porta al riscaldamento – e alla siccità e agli incendi – in gran parte del mondo.

Gli scienziati affermano che El Niño del 2026 è destinato a diventare il più forte degli ultimi 150 anni con un margine “impressionante”. Anche nella sua fase iniziale, sta già causando devastazioni in tutto il pianeta.

In Europa occidentale i mesi di giugno e luglio sono stati i più caldi della storia, con precipitazioni eccezionalmente scarse, che hanno scatenato incendi boschivi di proporzioni estreme in Francia, Grecia e altri paesi del Mediterraneo, oltre a ridurre l’acqua nei bacini della Senna, del Reno e del Danubio. Tre quarti dell’Inghilterra sono colpiti dalla siccità e arrostiti da quella che, secondo le previsioni, sarà l’estate più calda mai registrata nel Regno Unito.

In Asia, la Corea del Sud e il Giappone sono afflitti da un’ondata di caldo record, mentre la Cina è stata colpita dal tifone Dolphin, che ha trasformato le strade di Shanghai in fiumi, strappato i tetti dalle case e costretto a sgomberare più di un milione di persone. Le inondazioni hanno causato la morte di più di cento persone nello stato indiano dell’Assam, e si prevedono altre piogge.

Ampie zone del mondo sono in fiamme. In Canada, incendi boschivi “fuori controllo” hanno costretto decine di migliaia di persone a fuggire dalla Columbia Britannica e hanno oscurato i cieli della lontana New York. Enormi incendi stanno infuriando anche sull’isola di Java in Indonesia e nello Utah, negli Stati Uniti, bruciato da un’ondata di caldo record nel mese di luglio.

In Africa, le Nazioni Unite prevedono un grave contraccolpo sulla produzione alimentare. In Medio Oriente, i record locali di temperatura vengono battuti quasi ogni giorno, con gli Emirati Arabi Uniti che hanno registrato 51,2 °C ad Al Dhafra.

Nel frattempo, le temperature della superficie del mare sono molto più alte che in passato e minacciano le barriere coralline e altre forme di vita marina. Dato che nulla la mondo assorbe più caldodegli oceani, le loro temperature annunciano quello che succederà sulla terraferma.

Ma le preoccupazioni per il futuro riguardano soprattutto l’Amazzonia, essenziale per mantenere la biodiversità e garantire le precipitazioni alle regioni agricole di tutto il Sudamerica.

Qualche decennio fa, l’idea di una siccità nella foresta pluviale sarebbe sembrata assurda. Il rio delle Amazzoni è il fiume più grande del mondo e i suoi principali affluenti – Xingu, Negro, Tapajós, Madeira, Purus, Juruá e Japurá – sono tra le principali fonti di acqua dolce del pianeta. La foresta che li circonda è da sempre famosa per la sua umidità, con alberi giganteschi che assorbono l’umidità e la immettono nell’atmosfera, generando “fiumi volanti” che rinfrescano e portano acqua a un intero continente.

Le innumerevoli piante e alberi dell’Amazzonia assorbono inoltre enormi quantità di anidride carbonica, con benefici per l’intero pianeta. Qualsiasi indebolimento di questa funzione aumenta i rischi di instabilità, insicurezza alimentare e fenomeni meteorologici estremi.

Ora, l’agenzia meteorologica brasiliana ha pubblicato una previsione secondo cui El Niño, quest’anno insolitamente forte, ritarderà l’inizio della stagione delle piogge amazzonica, farà aumentare le temperature, prosciugherà i fiumi e aumenterà il rischio di incendi.

Come in molte altre parti del pianeta, questo crea un’emergenza nell’emergenza: l’arrivo di un Niño naturale ma estremamente potente, un vero e proprio “Godzilla”, che potrebbe durare fino a ben oltre l’inizio del nuovo anno, aggiungendosi al riscaldamento causato dagli esseri umani.

Scienziati e popolazioni indigene affermano che l’Amazzonia sta faticando a riprendersi dalla devastazione causata dall’ultimo Niño del 2023-2024, che ha portato alcuni dei fiumi più grandi del mondo a livelli record di bassissima portata, ha scatenato focolai di incendi senza precedenti e ha causato una moria di massa di delfini e pesci.

Con un terzo dell’Amazzonia ormai degradato dall’agricoltura, dall’estrazione mineraria e dai cambiamenti climatici causati dagli umani, gli alberi e il sottobosco sono più infiammabili e vulnerabili ai “megaincendi”, facendo temere che molte aree possano superare il punto di non ritorno.

Il governo brasiliano sta cercando di affrontare il problema con il monitoraggio satellitare, operazioni di controllo e maggiori investimenti nelle capacità antincendio. L’anno scorso ha ottenuto risultati positivi, quando le aree bruciate dell’Amazzonia sono scese al livello più basso dall’inizio delle registrazioni nel 1985.

Ma un anno non è sufficiente perché la foresta si riprenda, e ora deve affrontare una minaccia molto più grave.

Un sistema compromesso

I tre precedenti fenomeni del Niño (1997-1998, 2015-2016 e 2023-2024) sono stati disastrosi per l’Amazzonia. Jos Barlow, professore di scienza della conservazione ed esperto di Amazzonia presso il Lancaster environment centre, nel Regno Unito, dice che la prospettiva di una manifestazione ancora più intensa è profondamente preoccupante: “È difficile immaginare le conseguenze di siccità e ondate di calore ancora più gravi”.

Mancano ancora un paio di mesi al picco della stagione degli incendi in Amazzonia, che è già cominciata.

Le comunità indigene stanno costituendo le proprie unità antincendio per far fronte ai focolai nelle zone più interne della foresta. Secondo Erika Berenguer, ricercatrice esperta di foreste presso l’università di Oxford e autrice di un libro su come affrontare gli incendi della foresta pluviale, “è pazzesco. La foresta umida non dovrebbe bruciare”.

Una parte importante del problema, spiega Berenguer, è rappresentata dal susseguirsi di diversi fenomeni El Niño in un arco di tempo relativamente breve: “È come se una persona già ammalata contraesse un’infezione. Quell’infezione avrà conseguenze peggiori perché il sistema immunitario è già compromesso dalla lotta contro la malattia”.

Probabilmente queste condizioni estreme dureranno – e forse peggioreranno – nel 2027, perché c’è un ritardo di circa tre mesi tra il picco del riscaldamento causato dal Niño nell’oceano Pacifico e l’aumento delle temperature nel resto del mondo.

Carlos Nobre, professore all’università di São Paulo e uno dei principali climatologi brasiliani, ha dichiarato: “L’Amazzonia deve prepararsi meglio che può da ora fino all’inizio del 2027, almeno fino a marzo, perché è molto probabile che El Niño questa volta causerà una grave siccità”.

Gli agricoltori si stanno preparando ad affrontare un anno turbolento. “Cari allevatori, preparatevi per El Niño”, avverte un post su un popolare gruppo WhatsApp dedicato ai produttori di carne bovina nello stato amazzonico del Pará, in Brasile. “El Niño avrà un impatto sull’allevamento bovino brasiliano causando stress da calore negli animali, riducendo la qualità dei pascoli e portando a una ‘scarsità d’acqua’. Questo farà aumentare i costi dei mangimi integrativi e potrebbe rallentare l’aumento di peso degli animali e la produzione di latte”.

Altre aziende agricole pubblicano immagini apocalittiche di terreni aridi o città allagate (si prevede che il sud del Brasile riceverà piogge molto più abbondanti del solito). “Il Super El Niño del 2026 si è trasformato da semplice fenomeno meteorologico a simbolo di una nuova era di instabilità globale”, avverte un post.

La rivista di settore Agroforte riferisce che i raccolti di soia in Brasile sono diminuiti durante i precedenti anni caratterizzati da un forte El Niño, ma omette qualsiasi riferimento alle cause umane di questo clima più ostile: la deforestazione – solitamente a opera degli agricoltori – e l’uso di combustibili fossili.

Le popolazioni indigene, al contrario, tendono a preservare la foresta e contribuiscono a mantenere un clima stabile; ma anche loro devono affrontare la triplice minaccia del riscaldamento globale, del disboscamento e del Niño.

Il governo ha avvertito che i territori tradizionali saranno esposti a un aumento del rischio di incendi e ha accumulato scorte alimentari. Durante il precedente fenomeno El Niño, alcune comunità forestali nei bacini dello Xingu e del Tapajós sono rimaste isolate, assetate e preoccupate per la fame quando i fiumi – la principale via di trasporto – si sono prosciugati e gli orti si sono seccati. Se l’anno prossimo la situazione dovesse peggiorare, il Brasile potrebbe trovarsi di fronte allo scenario apocalittico di rifugiati della siccità in una foresta pluviale.

Il fatto che questa sia anche solo una possibilità dovrebbe allarmare il mondo. Un’Amazzonia gravemente indebolita sconvolgerà ulteriormente il clima e la produzione agricola in un momento in cui gli agricoltori di molte parti del mondo stanno già affermando che i cambiamenti sono troppo rapidi per poterli affrontare. I prezzi globali dei generi alimentari hanno raggiunto il massimo degli ultimi tre anni, perché il calo dei raccolti si combina con l’inflazione dei prezzi del carburante causata dall’attacco statunitense-israeliano all’Iran. L’Onu prevede che altri 49 milioni di persone rischiano di soffrire la fame acuta a causa del Niño.

C’è ancora molto da fare per proteggere i biomi come l’Amazzonia, da cui dipende il mondo. Investire di più nei vigili del fuoco è una misura necessaria a breve termine, ma affronta solo le conseguenze invece delle cause locali e globali. A meno che non si fermi la deforestazione e non si elimini gradualmente l’uso dei combustibili fossili, l’atmosfera continuerà a riscaldarsi, amplificando gli eventi meteorologici estremi. Perfino “El Niño Godilla” di quest’anno sembrerà un gattino in confronto a quello che ci aspetta.

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