C’è una comunità via via sempre più ampia che passa un pezzo di vacanze in giro per festival teatrali, magari nel fresco del Trentino (come Pergine, che da questo fine settimana parte con progetti che mettono in discussione il nostro rapporto tra vedere e ascoltare: Jonathan Zenti, Città natale _e _Je vous aime di Diana Anselmo). In questo novero va segnalato sicuramente il programma proposto da Fabrizio Arcuri, neodirettore artistico dell’Estate teatrale veronese. Verona e poi il Veneto sono stati il terribile laboratorio del più potente operatore teatrale degli ultimi decenni, Gianmarco Mazzi, che non a caso è diventato ministro del turismo del governo Meloni. Arcuri ha un’idea del teatro e della sua funzione anche di pedagogia pubblica poco comune in Italia: la potremmo definire pop e contrapporla alla deriva main­stream. Per un festival che nasce per ripensare il repertorio shake­speariano (apre con il glam di Los dos hidalgos de Verona _di Duncan Donnellan) si tratta di riuscire a portare in Italia chicche assolute (la danza di _The infinite approach _di Yoann Bourgeois e _Diptych _della compagnia Peeping Tom), riconoscere ciò che ha resistito alla turistificazione operata dal neoministro (Hijos de Buddha di Nicolò Sordo e regia di Alessandro Rossetto, oppure _Overtourism _di Babilonia Teatri) e far crescere una scena come quella _british anche in Italia, con la sezione Giovani agitatori di lance crescono: io avrei curiosità per Andrea Mattei e l’Isola dei ciccioni felici. ◆

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Questo articolo è uscito sul numero 1671 di Internazionale, a pagina 88. Compra questo numero | Abbonati