Il 29 ottobre la Birmania ha registrato 50.503 contagi e 1.199 morti su 53,6 milioni di abitanti, diventando lo stato della regione più colpito dopo Indonesia e Filippine. Un mese prima i casi erano 10.734 e i morti 226. E potrebbe essere solo la punta dell’iceberg. I tamponi sono stati fatti soprattutto nei centri urbani, visto che in quasi tutto il paese mancano le strutture sanitarie di base. La situazione è critica, gli ospedali sono sovraffollati e si stanno allestendo strutture temporanee negli stadi e in altri spazi aperti. L’emergenza sta impedendo alle organizzazioni umanitarie di raggiungere gli sfollati e altre persone bisognose di assistenza in vari stati del paese.
La crisi che sta esplodendo è la conseguenza di decenni di malgoverno. Fino ai primi anni sessanta la Birmania aveva avuto uno dei sistemi sanitari migliori dell’Asia. In quegli anni gli studenti di medicina dovevano superare gli stessi esami di quelli britannici, che all’epoca erano il punto di riferimento in quel campo. Negli anni cinquanta il governo aveva stilato un piano chiamato Pyidawtha (Terra felice), con l’obiettivo di far diventare il paese uno stato industrializzato con un welfare adeguato. Il piano interveniva in molti settori: infrastrutture, industria leggera, sviluppo agricolo, salute, istruzione e democratizzazione delle istituzioni locali. Di fatto non faceva che introdurre un tipo di economia mista di solito associato al modello scandinavo.
Poi, nel 1962, è arrivato il colpo di stato militare e l’avvio della cosiddetta “via birmana al socialismo”. Tutto è stato nazionalizzato, o meglio, trasferito a una ventina di aziende pubbliche gestite dall’esercito. In decenni di malgoverno militare, la Birmania ha destinato gran parte del bilancio nazionale alle forze armate per contrastare le insurrezioni, pagare soldati e ufficiali, costruire un’industria della difesa e comprare armi da altri paesi. Le forze armate sono passate dalle 199.581 unità dell’epoca della rivolta per la democrazia nel 1988 alle 500mila di oggi.
Tutto questo si è tradotto in una progressiva diminuzione delle spese per la sanità, dato che il paese si trovava in un perenne stato di guerra civile ed era soggetto a un potere militare che non doveva rendere conto di nulla. Nel 2000 l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) definiva il sistema sanitario birmano il peggiore del mondo. Da allora la situazione non è migliorata molto. Nel 2008 la Birmania spendeva per la sanità meno di un dollaro pro capite all’anno, e continua a essere tra i paesi che investono meno in quasi tutti i settori legati alla salute.
◆ Per la seconda volta dalla fine del regime militare nel 2010, l’8 novembre in Birmania si terranno le elezioni legislative. La decisione di Aung San Suu Kyi, la leader di fatto del governo, di non rimandare il voto nonostante la crisi sanitaria in corso è stata molto criticata, insieme a quella della commissione elettorale di cancellare molti seggi nello stato del Rakhine, dove il partito di Suu Kyi, dato per vincente dai sondaggi, non ha consensi. Bbc
La svolta mai arrivata
Le cose sarebbero dovute cambiare quando nel 2010 l’ex generale Thein Sein formò un governo composto in gran parte da ex ufficiali dell’esercito ma anche da civili. Eppure ancora la Banca di sviluppo asiatica scriveva nel 2012 che “la Birmania è l’unico paese asiatico in via di sviluppo a spendere di più per la difesa che per istruzione e sanità messe insieme (meno del 2 per cento del pil)”. Nel bilancio approvato nel 2015 alla salute erano destinati 12 dollari pro capite all’anno, un miglioramento rispetto agli anni precedenti ma comunque pochissimo. La formazione nel 2016 di un governo più autenticamente civile guidato dalla Lega nazionale per la democrazia (Nld) ha fatto sperare in un miglioramento. Nel Piano sanitario 2017-2021 è stato rinnovato l’impegno a favore di un servizio sanitario nazionale.
Poi è arrivato il covid-19, e dopo decenni di incuria e politiche inette del regime militare, oggi il paese si trova nel mezzo di una catastrofe sanitaria. ◆ gim
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Questo articolo è uscito sul numero 1383 di Internazionale, a pagina 30. Compra questo numero | Abbonati