Per il momento Julian Assange non sarà estradato negli Stati Uniti. Il verdetto però è meno positivo di quanto sembra, perché non ha nulla a che vedere con la difesa della libertà di stampa, né crea un precedente per la tutela degli informatori. Al contrario: la giudice britannica non ha accolto i timori che Assange subisse un processo ingiusto negli Stati Uniti e che la libertà di stampa fosse in pericolo. Sono stati la salute mentale del fondatore di Wikileaks e il rischio che si tolga la vita in un carcere statunitense a convincerla a negare l’estradizione.

La decisione è ancora provvisoria: gli Stati Uniti hanno già annunciato un ricorso e cercheranno di allontanare i timori sulla sicurezza di Assange per ottenere l’estradizione. Non è detto che ci riescano, vista la penosa situazione del sistema carcerario statunitense. Per Assange probabilmente è meglio che la decisione sia presa su queste basi piuttosto che sul merito delle accuse. Ma questo significa che dopo essere stato perseguitato per dieci anni dalla giustizia statunitense, svedese e britannica, Assange è ormai distrutto psicologicamente, e solo questo può evitargli di passare il resto della vita nelle carceri statunitensi. Un capovolgimento paradossale di ogni concetto di colpa, espiazione e stato di diritto.

L’attivista australiano ha contribuito a rivelare i crimini di guerra statunitensi in Afghanistan e Iraq. Per questo è considerato un fuorilegge che merita una punizione esemplare. Il fatto che a molti appaia arrogante e spiacevole, con idee politiche discutibili, e che secondo alcuni progressisti abbia contribuito indirettamente alla vittoria di Donald Trump alle elezioni del 2016, non ha nulla a che vedere con questo processo. Gli sforzi del governo statunitense per punire Assange, Chelsea Manning ed Edward Snowden sono di gran lunga maggiori rispetto a quelli fatti per perseguire i responsabili dei crimini che i tre hanno smascherato. Non spetta a un tribunale del Regno Unito giudicare queste cose. Ma se il verdetto, per quanto inadeguato, basta a garantire che Assange sia lasciato in pace, è già un buon risultato. ◆ mp

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Questo articolo è uscito sul numero 1391 di Internazionale, a pagina 13. Compra questo numero | Abbonati