In Kirghizistan, dove il freddo invernale ha fatto scendere una spessa cappa di smog, gli elettori hanno assegnato la vittoria al nazionalista Sadyr Japarov, mettendo fine alla crisi aperta a ottobre dall’annullamento del voto e dalle proteste popolari che hanno costretto il presidente Sooronbay Jeenbekov a dimettersi. Alle presidenziali del 10 gennaio Japarov, che fino a poco tempo fa si trovava in carcere ed è stato liberato dai manifestanti, ha sconfitto gli altri sedici candidati aggiudicandosi il 79 per cento dei voti.

Lo stesso giorno l’81 per cento dei votanti ha approvato con un referendum la riforma costituzionale che Japarov aveva avviato in autunno, quando ricopriva la carica di primo ministro e presidente ad interim. La riforma riduce i poteri del parlamento rafforzando quelli del presidente. L’ascesa di Japarov dal carcere alla presidenza è qualcosa di inedito nella storia moderna dell’Asia centrale.

Dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica, negli altri quattro paesi della regione – Tagikistan, Turkmenistan, Kazakistan e Uzbekistan – le successioni al potere sono state gestite con molta attenzione. Il Kirghizistan è considerato un’anomalia, con tre presidenti su quattro rimossi in seguito alle proteste popolari. Qui la società civile e l’attività politica dell’opposizione hanno più spazio d’azione, tuttavia non sorprende che Japarov sia riuscito a conquistare ampi poteri e a vincere le elezioni.

Le elezioni parlamentari di ottobre erano state vinte dal partito al governo e contestate dai manifestanti, che avevano aperto una crisi politica culminata in un cambio di esecutivo: il voto è stato dichiarato nullo, il presidente si è dimesso e il potere è stato concentrato nelle mani di Japarov, che dopo essere stato liberato dai manifestanti è stato nominato primo ministro ad interim.

Le presidenziali del 10 gennaio si sono svolte in un contesto di forte instabilità economica e politica, e tra le preoccupazioni crescenti di osservatori e cittadini, mentre le nuove elezioni parlamentari sono state rinviate. Ma con risorse limitate e poco tempo a disposizione, i candidati hanno faticato a organizzare campagne elettorali. Japarov, invece, è stato accusato di aver usato le risorse dello stato e i suoi legami con le élite per promuovere la sua elezione.

Il patriota

I suoi sostenitori sottolineano le ingiustizie che avrebbe subìto. Nei tre anni passati in carcere, dove stava scontando una condanna a undici anni e sei mesi per aver rapito un funzionario locale durante le proteste per la nazionalizzazione della più grande miniera d’oro del paese nel 2013, ha tentato il suicidio e ha perso i genitori e un figlio. Per molti versi la sua ascesa s’inserisce in una tendenza globale caratterizzata dalla diffidenza verso la classe dirigente.

Il partito di Japarov, Mekenchil (patriota), è popolare soprattutto nelle regioni rurali del paese. Il suo successo e la sua ascesa repentina nel mezzo della crisi di ottobre hanno sorpreso molti. Non è ancora chiaro quali figure influenti abbiano favorito la sua vittoria schiacciante, anche se si sospetta che il crimine organizzato abbia avuto un ruolo.

L’ascesa di Japarov è stata accompagnata anche dalla richiesta dal basso di un cambiamento radicale del sistema politico-istituzionale. Oggi in Kirghizistan c’è un sistema di governo ibrido, in cui un parlamento monocamerale può far dimettere un governo e annunciare un voto di sfiducia nei confronti del presidente, mentre il primo ministro può nominare i membri del governo. Nella sua campagna elettorale Japarov si è rivolto spesso a chi crede nei valori tradizionali, in particolare ha proposto di riscrivere la costituzione per creare una nuova autorità, il kurultai del popolo (una forma di parlamento tradizionale), con il compito di controllare l’operato del presidente e dell’assemblea legislativa. La nuova carta dovrebbe contenere anche una sezione sui valori tradizionali. Al kurultai del popolo dovrebbero fare rapporto il presidente, il capo del parlamento e il presidente del kurultai.

Nessun altro paese dell’Asia centrale ha un’istituzione simile. La bozza di costituzione è stata definita dall’opposizione una “khanstituzione” (la costituzione del khan, dall’appellativo storico dato a chi deteneva il potere nelle società dell’Asia centrale) che legittimerebbe un governo autoritario.

Japarov ha dichiarato che il sistema parlamentare e quello partitico sono stati “screditati”, e i suoi avversari temono che ora anche il Kirghizistan si avvii verso il governo dell’uomo forte, come in gran parte dei paesi dell’ex Unione Sovietica. Secondo la bozza di costituzione, il presidente avrebbe la facoltà di nominare e rimuovere ministri, presidenti di commissioni statali e capi di altri organi esecutivi. Inoltre potrebbe proporre le leggi, e non solo approvarle. Di fatto il potere esecutivo sarebbe nelle sue mani.

Più dell’80 per cento degli elettori ha votato a favore del referendum per ripristinare il sistema presidenziale, ma per molti questo passaggio segnerebbe la fine del più grande successo democratico del Kirghizistan: la transizione a un sistema parlamentare dopo la rivoluzione dell’aprile del 2010. L’affluenza alle urne il 10 gennaio è stata bassa, non ha superato il 40 per cento, e a quanto pare i kirghizi non ne possono più di elezioni frequenti e caos politico.

I primi due presidenti del Kirghizistan furono deposti da proteste di piazza al grido di “Akayev ketsin!” (Akayev vattene!) o “Bakiyev ketsin!” (Bakiyev vattene!), e Jeenbekov si è dimesso dopo appelli meno espliciti ma simili; nessuno di loro è ricordato con particolare affetto o simpatia. Japarov dovrà imparare a non ripetere gli errori dei suoi predecessori se non vuole che la gente cominci a chiedersi quando sentirà per le strade “Japarov ketsin!”. ◆ gim

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Questo articolo è uscito sul numero 1392 di Internazionale, a pagina 28. Compra questo numero | Abbonati