Il cattivo del film Black panther, Erik Killmonger, interpretato da Michael B. Jordan, a un certo punto chiede a una curatrice museale britannica che osserva dei manufatti africani: “In che modo li hanno ottenuti i suoi antenati? Li hanno pagati un prezzo adeguato? O se li sono presi, come hanno fatto con tutto il resto?”. Killmonger ci ricorda che una quantità enorme di opere d’arte è stata sottratta all’Africa. Reperti presi con il furto, la costrizione e il saccheggio, e per finalità di ricerca a sostegno del razzismo scientifico. Sono sempre più spesso riconosciuti come oggetti di cui ci si è appropriati in modo indebito e che devono essere restituiti. Il dibattito sul loro rimpatrio ha raggiunto ormai un profilo abbastanza alto da entrare anche in film popolari, libri e riviste.
Duplice compito
Uno dei casi più famosi è quello dei bronzi del Benin. Le sculture, saccheggiate nel 1897 dalle forze armate britanniche da quella che oggi è Benin City, sono oggi in possesso di soggetti pubblici e privati sparsi in tutto il mondo e la loro restituzione sta avvenendo lentamente e in modo estremamente frammentario. Già il fatto che stati e istituzioni sentano l’obbligo di evidenziare pubblicamente i loro sforzi per rimpatriare opere d’arte riflette un cambiamento importante.
Ma le restituzioni sono solo una parte della storia. Cosa succede dopo? Questa domanda impone una riflessione sul ruolo dei manufatti culturali nelle società contemporanee. Secondo lo studioso senegalese Felwine Sarr e la sua collega francese Bénédicte Savoy, autori del Rapporto sulle restituzioni commissionato dal governo francese, le nazioni africane hanno di fronte a loro un duplice compito: primo, devono ricostruire una memoria reclamando il loro patrimonio; secondo, devono avviare un processo di “reinvenzione” che connetta quelle opere alle società contemporanee e alle sfide che devono affrontare.
Il suggerimento di Sarr e Savoy coincide con quello che gli studiosi di storia e patrimonio da tempo definiscono costruzione di un “passato utile” per una nazione, qualcosa che può essere condiviso per rispondere a preoccupazioni nel presente. Il primo presidente del Botswana, Seretse Khama, sottolineava quanto questo progetto fosse cruciale per i paesi africani che avevano raggiunto l’indipendenza da poco: “Dovremmo scriverci da soli i nostri libri di storia per dimostrare di aver avuto un passato, un passato di cui vale la pena scrivere e che vale la pena studiare. Dobbiamo farlo per il semplice motivo che una nazione senza passato è una nazione perduta e un popolo senza passato è un popolo senz’anima”.
Il patrimonio culturale tangibile è una materializzazione del passato. Rende la storia visibile, materialmente disponibile ai popoli contemporanei. Cosa molto importante, il patrimonio culturale non è una raccolta statica o stagnante di oggetti, ma una costruzione vivente.
Come ha scritto lo studioso Rodney Harrison: “La cura del patrimonio non è un processo passivo di mera conservazione di cose sopravvissute, ma un processo attivo di assemblaggio di oggetti, luoghi e pratiche che scegliamo di proporre al presente come uno specchio e che è associato a un sistema di valori che desideriamo portare con noi nel futuro”.
Insomma, la restituzione rende disponibili oggetti intorno ai quali si può costruire quello che Sarr e Savoy definiscono un “progetto per il futuro”.
E quale potrebbe essere questo progetto per il futuro? Alcuni risultati dei rimpatri sono già evidenti: in Sudafrica la restituzione da parte dell’Austria dei resti di una coppia san ha consentito ai familiari e alla loro comunità di chiudere una ferita rimasta aperta per più di un secolo.
Lo stesso succede parallelamente in altri continenti. Negli Stati Uniti, per esempio, l’antropologo cherokee Russell Thornton ha spiegato il ruolo delle restituzioni nel guarire i traumi culturali delle comunità native.
Poi possiamo vedere direttamente in che modo i paesi africani stiano usando il patrimonio nell’interesse delle società presenti e future. I siti storici possono essere utili per favorire lo sviluppo economico e aumentare il prestigio dei paesi grazie all’inserimento nella lista del patrimonio dell’umanità dell’Unesco, mentre l’archeologia è uno strumento reale con cui le comunità possono riconnettersi con il loro passato.
Argomentazioni infondate
Tutto ciò indica come i paesi africani stiano già gestendo il loro patrimonio e lo stiano facendo bene. Una delle argomentazioni contro i rimpatri è che i paesi africani non abbiano le capacità per prendersi adeguatamente cura di questi oggetti fragili. Ma istituzioni come il Museo delle civiltà nere di Dakar rispediscono queste accuse al mittente.
Il nord del mondo dovrebbe piuttosto chiedersi se il fatto di aver approfittato dei furti coloniali non implichi l’obbligo etico di fare ammenda offrendo sostegno materiale per garantire alle istituzioni africane risorse e formazione.
All’Africa non manca la capacità di gestire il patrimonio, manca il patrimonio: il museo progettato per accogliere il patrimonio disperso dal Gruppo di dialogo sul Benin offrirà agli oggetti rimpatriati una nuova casa che aspetta solo la restituzione di quello che è stato saccheggiato nel 1897. E molti altri paesi sono in grado di prendersi cura dei manufatti restituiti.
Dopo il rimpatrio i paesi africani devono chiedersi quale futuro desiderano creare attraverso il loro patrimonio. Durante una mia ricerca in Ruanda ho conosciuto alcuni funzionari governativi che, in un paese divorato dalla corsa allo sviluppo, esaminano i possibili contributi delle opere d’arte a quello che hanno definito “il futuro che vogliamo”. Ovvero mostrare ai ruandesi, attraverso i musei e una storia condivisa, un passato “utile” di cui poter essere fieri, un passato che possa contrastare le divisioni etniche favorite dal colonialismo.
Insomma il patrimonio culturale non serve solo per ricostuire la storia, non è una collezione di oggetti inanimati, ma un mezzo tangibile per creare un futuro nuovo.
Il dibattito sul rimpatrio non può fermarsi alle restituzioni, che non devono essere il punto d’arrivo di un processo, ma solo l’inizio: una base su cui fondare una comprensione del passato che sia rilevante per il presente e il futuro.
Il rimpatrio è in parte un modo (per quanto limitato) di riparare a torti storici attraverso il riconoscimento dell’ingiustizia coloniale.
Ma consentendo nuove narrazioni basate sul passato materiale e sensibili alle esigenze del presente, apre anche nuove possibilità per il futuro delle nazioni africane. ◆ gim
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Questo articolo è uscito sul numero 1392 di Internazionale, a pagina 72. Compra questo numero | Abbonati