L’Italia è diventata il primo paese del G7 ad appoggiare il discusso progetto della Cina per la costruzione di una rete commerciale globale ispirata alla via della seta. La decisione di Roma ha irritato gli alleati dell’Unione europea e gli Stati Uniti.
Il presidente del consiglio italiano Giuseppe Conte e il presidente cinese Xi Jinping hanno firmato un memorandum d’intesa non vincolante che potrebbe sfociare nella partecipazione dell’Italia alla Belt and road initiative (Bri), il progetto del governo di Pechino per la costruzione di infrastrutture di collegamento tra Asia, Medio Oriente, Africa ed Europa. Durante la visita di due giorni a Roma il presidente cinese è stato accolto con grandi onori. Per i rappresentanti dei due paesi è stata l’occasione per firmare accordi commerciali in diversi settori, tra cui il turismo, l’industria alimentare e il calcio.
Il principale obiettivo di Xi è assicurarsi il contributo dell’Italia per il progetto della Bri, valutato mille miliardi di dollari. Il sostegno dell’Italia porterebbe legittimità a un’iniziativa definita dagli Stati Uniti “un progetto vanitoso”. Xi ha citato Marco Polo, l’esploratore veneziano che nel medioevo seguì l’antica via della seta, definendolo il “primo ponte” tra Italia e Cina. La nuova via della seta sarà costituita da una rete di porti, ferrovie, tunnel e altre infrastrutture in sessanta paesi.
Le preoccupazioni europee
Anche il presidente della repubblica Sergio Mattarella ha elogiato l’accordo, sottolineando che cinesi e italiani sono “ideali compagni di viaggio”.
Mattarella ha brindato insieme a Xi durante una cena di gala al Quirinale. Mentre i due paesi festeggiavano l’intesa, l’Unione europea e gli Stati Uniti, convinti che la Cina stia usando la Bri per rafforzare la propria influenza strategica e politica, osservavano con apprensione. Il primo ministro olandese Mark Rutte ha invitato l’Italia a non avere un comportamento “ingenuo”. “Bisogna tenere conto della possibilità che la Cina, attraverso queste politiche, stia anche perseguendo alcuni dei suoi interessi nazionali”, ha dichiarato il 22 marzo a Bruxelles. Il 23 marzo Xi è andato a Palermo prima di ripartire alla volta del Principato di Monaco e di Parigi, dove ha incontrato il presidente francese Emmanuel Macron, la cancelliera tedesca Angela Merkel e il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker. Macron ha chiesto un approccio coordinato dell’Unione nei confronti di Pechino. Le prime aperture all’accordo risalgono al precedente governo italiano di centrosinistra: l’ex presidente del consiglio Paolo Gentiloni aveva partecipato a un vertice della Bri. Ma il processo ha subìto un’accelerazione grazie al Movimento 5 stelle, convinto che l’accordo con la Cina potrà rianimare l’economia nazionale, portando investimenti in porti e infrastrutture in Italia e aumentando le esportazioni verso il redditizio (e affollato) mercato cinese.
I cinquestelle hanno sminuito le preoccupazioni europee, parlando di atteggiamento ipocrita e sottolineando che diversi stati dell’Unione collaborano già a vario titolo alla nuova via della seta.La città tedesca di Duisburg è diventata un importante snodo commerciale grazie al suo collegamento ferroviario con la Cina. Anche il porto di Amburgo ha un ruolo di primo piano.
“In qualche modo sono tutti coinvolti nel progetto, ma finora nessun altro paese del G7 ha firmato un memorandum d’intesa di questo tipo”, spiega Renzo Cavalieri, professore di diritto dell’Asia Orientale all’università Ca’ Foscari di Venezia. “L’Italia, in modo abbastanza disordinato, ha fatto un passo avanti per creare qualcosa che, finora, non ha grande contenuto ma è importante dal punto di vista simbolico”.
Una delle critiche rivolte al governo italiano è quella di non aver consultato l’Unione europea e gli Stati Uniti e di non aver esaminato gli studi geopolitici sull’argomento. La decisione di Roma di ignorare l’Europa potrebbe essere dovuta all’incapacità dell’Unione di avere una strategia comune sulla Cina che favorisca tutti gli stati che ne fanno parte. Negli ultimi anni, infatti, la quota di investimenti cinesi toccata all’Italia è stata molto inferiore a quelle di Francia e Germania. Inoltre l’Europa meridionale ha avuto meno benefici dagli accordi con la Cina a causa delle dimensioni ridotte delle sue aziende e dello stato precario delle sue finanze.
“Il nostro governo mantiene un approccio poco amichevole nei confronti della Commissione europea, ma è anche vero che l’Unione ha avuto difficoltà ad adottare una politica sulla Cina che avvantaggiasse tutti”, sottolinea Cavalieri. ◆ as
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Questo articolo è uscito sul numero 1300 di Internazionale, a pagina 30. Compra questo numero | Abbonati