Una vittima simbolica della tumultuosa disfatta della Brexit è la moneta commemorativa da 50 pence con la data del 29 marzo 2019 che il governo aveva deciso di emettere per celebrare l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea. L’idea di farla arrivare nella tasche dei britannici con il paese profondamente diviso e il suo destino ancora avvolto nella nebbia dell’incertezza è stata una delle più stupide che l’esecutivo potesse avere. Oggi quella moneta è inutile come la premier che ne ha autorizzato il conio.
Il Regno Unito non uscirà dall’Unione nella data che Theresa May riteneva così sacra da giurare in centinaia di occasioni che non sarebbe stata rimandata. L’incapacità di rispettare la scadenza che lei stessa aveva stabilito è una delle tante prove del fallimento di May. Un’altra è la testardaggine con cui ha reagito all’ultima di una lunga serie di umiliazioni politiche. Poco prima di andare a Bruxelles per cercare di ottenere il rinvio della scadenza del 29 marzo, la premier ha avuto uno scatto d’ira che ha mascherato da discorso alla nazione. Uno spettacolo non bello. Il suo intervento, in cui ha istigato gli elettori contro i deputati e ha scaricato la colpa di tutti i problemi sul parlamento, è stato definito “pessimo” perfino dal capogruppo dei conservatori alla camera. Alcuni ministri hanno usato aggettivi anche più coloriti.
Il primo errore di May è stato tattico. Puntando il dito contro i parlamentari, ha attaccato proprio le persone di cui ha bisogno se vuole avere qualche speranza di far approvare il suo piano per la Brexit. Il discorso del 20 marzo è stato mal digerito sia dagli ultrà tory che May doveva ammorbidire sia dai deputati laburisti che doveva convincere per mantenere in vita l’accordo. In realtà, è stato digerito malissimo da tutti i deputati. Imporre ultimatum può essere sgradevole ma efficace quando un primo ministro è forte. Quando è debole come May, oltre a essere sgradevole è anche inutile. Il discorso è stato una sintesi della sua disperazione, una combinazione di assurda testardaggine e di espedienti inutili.
Tra i conservatori è diffusa l’idea che la leadership di May sia arrivata al tramonto. Un personaggio di spicco del partito, finora sostenitore della premier ma particolarmente abile nel leggere l’umore dei colleghi, ha detto che ormai è “opinione condivisa” da tutti i deputati tory che il mandato della premier sia esaurito. L’unico dubbio è se May si renda conto della gravità della situazione. Probabilmente si rifiuta di ammettere la realtà.
L’accordo impopolare
Il secondo errore è stato semplicemente fattuale. Quando ha invocato la “volontà del popolo” contro il parlamento, May ha parlato come se i deputati stessero deliberatamente bloccando un accordo molto popolare tra i cittadini. “Io sono dalla vostra parte”, ha detto, atteggiandosi a tribuno del popolo. Ma il popolo non è dalla sua parte. Al contrario. Il suo accordo non è affatto gradito agli elettori.
Siamo stati risucchiati in questa palude perché non esiste un chiaro mandato per nessun piano sulla Brexit, ma l’accordo di May è particolarmente impopolare. Il 23 marzo più di un milione di persone hanno sfilato per le strade di Londra per chiedere un nuovo referendum. E la petizione che chiede la revoca della Brexit ha superato i cinque milioni di firme. Allo stesso tempo la tribù del leader nazionalista Nigel Farage, rimasta a lungo senza il suo capo, è in marcia verso la capitale con striscioni che accusano May di aver tradito la Brexit. Non mi risulta che nessuno stia manifestando né organizzando petizioni a favore del piano della premier.
◆ “Il 25 marzo la camera dei comuni ha approvato, con un margine di 27 voti, un emendamento che consente al parlamento di tenere una serie di votazioni consultive (indicative votes in inglese) per individuare soluzioni alla crisi della Brexit. È stata la più grande ribellione di deputati degli ultimi tre anni per ottenere una Brexit più morbida”, scrive il settimanale New Statesman. “La sconfitta in parlamento, e il modo in cui è maturata, sono un brutto colpo per il governo conservatore di Theresa May. Tre ministri si sono dimessi e hanno votato contro le indicazioni di partito e con i ribelli, ma soprattutto i deputati hanno rotto un tabù secolare e hanno preso il controllo dell’agenda parlamentare, sottraendolo all’esecutivo. Cosa significa per la Brexit? Non è ancora chiaro. Se infatti il voto dà al parlamento la possibilità di decidere da solo come affrontare l’uscita dall’Europa, al momento è evidente che non c’è nessuna maggioranza pronta a sostenere un accordo. Il provvedimento è stato approvato con i voti sia dei deputati che si sono impegnati a non fermare la Brexit sia di quelli che hanno giurato di fare il possibile per impedirla. E nessuno di questi due gruppi è maggioritario”. In questo clima May “rimane ancora premier, ma solo a parole”, scrive il Times. “C’era un tempo in cui le sconfitte del governo in parlamento erano un’eccezione e i primi ministri che non avevano una maggioranza alla camera dei comuni si dimettevano. In quell’era lontana gli ex ministri conservatori e laburisti non cospiravano per prendere il controllo dei lavori parlamentari, e i ministri in carica non si dimettevano per dargli sostegno. Era un’altra epoca, appena due anni fa”, scrive il Guardian. “Ma oggi le regole sono cambiate. Il parlamento ha votato un provvedimento con cui prende il timone al posto del governo. A memoria d’uomo n0n c’è mai stata una simile requisizione di potere da parte dell’assemblea legislativa”. Il 27 marzo May ha promesso ai deputati conservatori che si dimetterà se il suo piano per l’uscita dall’Unione europea sarà approvato.
Da un’indagine condotta dalla società di sondaggi YouGov è emerso che in tutto il Regno Unito solo in due collegi elettorali la maggioranza è favorevole all’accordo negoziato da May. Che non a caso sul tema è stata pesantemente sconfitta per due volte alla camera. Se gli elettori fossero stati dalla sua parte, avrebbe senz’altro ottenuto un maggior sostegno da parte dei deputati. Ma così non è stato. Anzi, spesso quelli che hanno appoggiato il piano lo hanno fatto senza il consenso dei loro elettori e con il rischio di far infuriare i colleghi di partito. Coloro che hanno votato contro, anche se per motivi diversi, sono invece più vicini agli umori del pubblico.
Nel suo discorso, tuttavia, una verità May l’ha detta: cioè che il parlamento è stato molto più chiaro su quello che non vuole piuttosto che sul tipo di accordo che sarebbe disposto ad approvare. I deputati hanno respinto due volte le proposte della premier e per due volte hanno votato contro un’uscita senza accordo. Finora su nessun’altra proposta si è trovata una maggioranza. La responsabile di questa complicata situazione è May. La premier, quindi, si lamenta di una cosa che è dipesa soprattutto da lei. Ha pensato di risolvere la questione riducendola all’alternativa tra il suo accordo e un’uscita alla cieca, e si è sempre opposta alla possibilità di immaginare altre soluzioni. E cercare nuove idee è esattamente quello che oggi deve fare la camera dei comuni.
Troppo tardi
Accordando il rinvio della scadenza della Brexit al 12 aprile, l’Unione europea ha dimostrato un’encomiabile disponibilità ad aiutare il Regno Unito a salvarsi da se stesso e da una Brexit disastrosa, che danneggerebbe tutti. Gli ha dato un po’ di respiro. I giorni che ci separano dal 12 aprile potrebbero bastare per ripensare la strategia di uscita dall’Unione, ma potrebbero anche essere una breve tregua prima della catastrofe. A metà aprile il paese potrebbe essere di nuovo sull’orlo dell’abisso. C’è poco tempo per trovare una soluzione. E dev’essere il parlamento a cercare un’uscita dalla crisi, attraverso una serie di “votazioni consultive” pe r sondare le posizioni dei deputati e verificare se c’è un piano alternativo in grado di avere l’appoggio della maggioranza. Perché questa strategia funzioni i deputati dovranno poter votare liberamente, senza doversi piegare alle indicazioni del proprio partito. Tra i conservatori la disciplina ormai è implosa e l’autorità di May è talmente ridotta che qualsiasi tentativo di indirizzare il voto sarebbe inutile. In genere i governi sono allergici alle votazioni libere perché fanno emergere ed enfatizzano le divisioni all’interno dei gruppi parlamentari. Ma questo problema ormai è irrilevante. Tutti sanno che l’esecutivo è spaccato e i ministri in guerra da mesi. Nessuno si stupirà se i ministri della giustizia e del commercio voteranno diversamente. Anche i partiti d’opposizione, laburisti compresi, dovrebbero lasciare liberi i loro deputati, consentendogli di votare secondo coscienza.
Non dobbiamo però farci illusioni sulla libertà di voto: non sarà la panacea che qualcuno si aspetta. Probabilmente alcuni deputati voteranno per un piano che l’Unione ha già detto di non voler accettare. E forse altri capiranno che, se non saranno disposti a fare compromessi e a mettere da parte alcune delle loro priorità, una soluzione non si troverà mai. Anche se le votazioni di questi giorni daranno indicazioni su come trovare una maggioranza per un nuovo accordo, sarà solo un primo passo. Qualsiasi soluzione dovrà essere trasformata in legge. Ci vorrà tempo. E il tempo è poco. Sarà essenziale che i parlamentari si comportino da adulti e si sforzino di trovare una via d’uscita da quest’incubo.
Se May non ascolterà i deputati, o se il parlamento non troverà una soluzione, c’è un’altra possibilità. Rimettere la decisione nella mani del popolo a nome del quale entrambi sostengono di parlare. Permettere che gli elettori votino un’altra volta. Entrambe queste soluzioni prevedono che May rinunci al controllo sul processo della Brexit. Un controllo che ha già perso da tempo. ◆ bt
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Questo articolo è uscito sul numero 1300 di Internazionale, a pagina 16. Compra questo numero | Abbonati