Portogallo
“La libertà non è un bene acquisito per sempre. In qualsiasi momento le cose possono cambiare”, afferma un uomo. “Ho paura dei neofascisti, sono fissati con la sessualità”, gli fa eco un altro. “Un giorno hai diritti, il giorno dopo non li hai più”, aggiunge una donna. “Perché? Siamo inferiori agli altri?”, si chiede un’altra. “Anch’io pago le tasse”.
Circa cento persone in là con gli anni, e che si identificano come lesbiche, gay, bisessuali, transgender e intersex (lgbt+), sono state intervistate in Grecia, Italia, Malta, Portogallo e Slovenia. In tutti i paesi è emersa una forte preoccupazione per la crescita dell’estrema destra. L’obiettivo del progetto, intitolato “Trace” e distribuito su cinque anni (2023-2027), è di analizzare l’invecchiamento delle persone lgbt+, la discriminazione in funzione dell’età e le politiche pubbliche nell’Europa meridionale. Finanziato dal Consiglio europeo della ricerca, ci lavorano cinque ricercatori, uno per ciascun paese, che si sono fatti raccontare dagli anziani la loro vita, ascoltandoli per ore. Poi, in una seconda fase, sono passati alle domande.
La questione della democrazia risulta “al centro delle preoccupazioni”, ma la coordinatrice del progetto, la sociologa Ana Cristina Santos, garantisce che ai partecipanti non è stata rivolta nessuna domanda specifica sull’ascesa dell’estrema destra. Tutti, però, hanno vissuto in regimi autoritari o durante la transizione da democrazie conservatrici (che considerano le persone della comunità lgbt+ criminali, malate, peccatrici o deviate) verso altre più progressiste (che hanno riconosciuto i loro diritti).
Santos è rimasta sorpresa dall’uniformità delle risposte. “Nessuno se l’aspettava: tutti hanno detto di avere paura che vengano cancellati i diritti acquisiti”. Questa paura non era più marcata tra le persone transgender, che sono quelle che subiscono più attacchi. Venticinque degli intervistati hanno accettato di comparire nel documentario Outlasting. Living archives of older queers, di Santos e Nuno Barbosa. “Gli abbiamo chiesto se pensando al futuro avessero paura di qualcosa che esisteva già nel presente”, racconta la ricercatrice. “Potevano scegliere di tutto, ma hanno detto l’estrema destra”. Il contesto, tra l’altro, non era ancora quello attuale. Quando sono state registrate le interviste per il documentario, tra aprile e ottobre del 2024, Donald Trump non era ancora stato rieletto presidente degli Stati Uniti. Tuttavia Santos sottolinea che “c’erano già diversi segnali preoccupanti, per esempio in Ungheria, in Turchia e in Italia”.
Passi indietro
António Fernando Cascais, pioniere della ricerca in ambito lgbt+ in Portogallo, nota una regressione. Secondo lui, un “sintomo di questa regressione” è la modifica della legge sull’identità di genere, che vorrebbe togliere la possibilità di cambiare il genere indicato nei documenti dello stato civile senza fornire un parere medico, e vietare l’uso di farmaci inibitori della pubertà. “Il rischio è che sia il primo di una serie di passi indietro ancora più gravi, per esempio una depenalizzazione delle terapie per modificare l’orientamento sessuale o il ritiro dalle biblioteche della letteratura lgbt+, soprattutto quella per l’infanzia. Non mi stupirei se fossero rimessi in discussione l’adozione e il matrimonio gay”.
Fino all’introduzione del codice penale del 1982, in Portogallo l’omosessualità era considerata un reato. Molte persone sono state arrestate e sottoposte a terapie. “Il problema è che la società portoghese non ha accompagnato questa trasformazione. La comunità lgbt+ è cambiata molto all’interno di una società che è cambiata poco”.
La storia non è molto diversa negli altri paesi analizzati. Santos sottolinea che i partecipanti al progetto Trace sanno cosa significa “dover nascondere i propri affetti, le proprie relazioni e la propria identità”. All’inizio molti di loro “non avevano nemmeno un nome per indicare certe cose, pensavano che al mondo non ci fosse nessun altro che si sentisse come loro”, spiega. “Hanno scoperto chi erano perché hanno letto un libro, perché hanno visto un film, perché sono stati insultati dalla famiglia, perché hanno subìto abusi sessuali, perché si sono innamorati”. Saper descrivere cosa provavano non ha risolto i problemi. Era normale combattere contro ciò che sentivano, cercare di nasconderlo. Molte si sono sposate con persone dell’altro sesso, hanno avuto figli. Le donne, soprattutto, accettavano matrimoni che non desideravano per mettere a tacere le voci.
Quasi tutti hanno raccontato la paura che provano: “Per la violenza quotidiana, l’odio, per tutto ciò che segue”, riassume la sociologa. Cosa accadrebbe se dovessero avere bisogno di assistenza a domicilio o di trasferirsi in una residenza per anziani? Potrebbero continuare a vivere liberamente? O forse sarebbe più saggio tornare a nascondere la propria identità sessuale?
Frederica Lancastre, 71 anni, è la protagonista del documentario. Oggi non ha paura per sé. Ma ha paura per gli altri. “Se mi metto a pensare ai giovani sono molto preoccupata, perché dovranno affrontare una situazione terribile”. È convinta che in futuro non si potrà lottare per ottenere più diritti, perché bisognerà difendere quelli già conquistati. “Distruggere una casa è più facile che costruirla”, sottolinea.
Un futuro a rischio
Cascais ritiene che i giovani non abbiano a disposizione gli stessi strumenti delle generazioni più vecchie e ha l’impressione che “non si accorgano nemmeno quando sono in presenza di una persona che li odia, che non vorrebbe che esistessero”. “Quelli della mia età la riconoscono subito”. Anche se i giovani non hanno la stessa storia di resistenza degli anziani, secondo Cascais hanno un grande vantaggio. “Hanno risorse per resistere”, spiega. “Noi non ne avevamo. Abbiamo dovuto creare tutto. Siamo stati dei pionieri. Abbiamo creato l’attivismo lgbt+. Oggi abbiamo un patrimonio storico e manifestazioni del Pride in quasi tutte le città. La massa critica ormai è formata”.
Secondo Ana Cristina Santos uno degli obiettivi del progetto Trace è la costruzione di un archivio vivente. “È con questa intenzione che abbiamo condotto le interviste e realizzato il documentario, un paese dopo l’altro. Abbiamo voluto omaggiare la storia che ci ha portati dove siamo, una storia fatta di resistenza alle dittature e rafforzamento della democrazia. Oggi abbiamo un grande bisogno di memoria”, conclude. ◆ as
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Questo articolo è uscito sul numero 1670 di Internazionale, a pagina 27. Compra questo numero | Abbonati