A febbraio Stella Nyanzi è uscita di prigione. La scrittrice e studiosa femminista ha passato più di un anno nel penitenziario di Luzira, in Uganda, per aver scritto su Facebook una poesia sulla vagina della madre del presidente ugandese Yoweri Museveni. In quei versi senza titolo descriveva la vagina della donna in maniera esplicita e in termini grotteschi (un passaggio recita: “Vorrei che il pidocchioso cespuglio di luridi peli pubici cresciuto su tutta la fica non lavata di Esiteri ti avesse strangolato alla nascita”), usando l’uscita del presidente dal canale uterino della madre come una metafora del sempre più oppressivo regime di Museveni, che dura da quasi trentacinque anni.
Nyanzi è uscita di prigione più combattiva di prima, gettandosi a capofitto in un clima politico teso, mentre in Uganda si avvicinano le elezioni del 2021. Uscendo dal tribunale di Kampala, ha sfoggiato una corona e una fascia con la scritta “Fuck oppression” (Fotti l’oppressione) e ha cominciato a parlare alla folla.
Durante il nostro incontro, che si è svolto alcune settimane dopo, sembra elettrizzata e parla velocemente. Vuole mostrare alle persone, in particolare a quelle “che vogliono scrivere con un coraggio pari al mio, o anche maggiore”, che il carcere non l’ha messa a tacere. “Essere fuori è bello, ma non significa essere liberi”, dice, guardando fuori verso le rive del lago Vittoria. “Quando ho riavuto un telefono, tutti mi hanno detto: ‘Non usare Facebook, non twittare, non scrivere niente di stupido!’. E io ho risposto: ‘Fanculo ragazzi!’”. Poi aggiunge, gridando e tenendo le mani sulle anche: “Dovrebbero dire: ‘Ehi! Nonostante la prigione, è tornata più forte e più volgare di prima!’”.
Stella Nyanzi si era preparata a questo momento molto prima di essere scarcerata. In un’udienza in tribunale, ad agosto, durante un collegamento video dalla prigione, si era spogliata urlando insulti quando un giudice l’aveva condannata ad altri nove mesi di reclusione rispetto alla sua pena iniziale, accusandola di cibermolestie contro Museveni. La sua scarcerazione a febbraio è arrivata grazie a un ricorso depositato dai suoi avvocati.
Mentre si trovava in prigione Nyanzi ha pubblicato No roses from my mouth (Niente rose dalla mia bocca), una raccolta di 158 poesie scritte dietro le sbarre. Nel volume, che contiene sezioni dedicate alla prigione, al femminismo e all’Uganda, ci sono testi espliciti come quello per il quale è stata incarcerata. Di lei è stato detto che usa la “volgarità radicale”, una tecnica di attivismo che è nata nel movimento di resistenza anticoloniale dell’Uganda e che usa l’insulto pubblico e la nudità in segno di protesta per sconvolgere le norme sociali e criticare il potere.
Nyanzi ritiene che metà delle sue poesie siano state confiscate dagli agenti di polizia penitenziaria, compresa una raccolta dedicata all’isolamento carcerario che aveva scritto su un quaderno. “Ho scritto sul mio corpo, sui muri, nei gabinetti, sulle foglie”, racconta. Anche se tante delle sue poesie sono andate perse, è convinta che l’arte sia stata uno strumento pratico di resistenza. “Una poesia può essere corta. Può essere un pezzetto di carta infilato nel reggiseno. Cinque pagine possono contenere venti poesie”, dice, raccontando i diversi metodi usati per far uscire di nascosto i suoi scritti dalla prigione, per esempio nascondendo delle pagine all’interno della tradizionale stuoia intrecciata su cui sedeva quando riceveva visite.
La vita lì dentro
Stella Nyanzi sente di avere un debito nei confronti di chi è riuscito a far uscire le sue poesie dalla prigione e le ha raccolte in un libro. Anche se sulla copia che ha in mano quando la incontro per intervistarla c’è scritto, in inchiostro rosso, “correzioni”. “Non vinceremo mai nessuna battaglia se faremo degli errori d’ortografia”, commenta.
◆ 1974 Nasce a Masaka, in Uganda.
◆ 1996 Si laurea all’università di Kampala.
◆ 2017 È arrestata per aver scritto alcune poesie e aver fatto dichiarazioni pubbliche contro il presidente Yoweri Museveni.◆ Aprile 2020 È ricoverata in ospedale per una crisi di disidratazione.
Prima della prigione, Nyanzi ha sempre scritto poesie per sé. In carcere questo è diventato un modo di dare un senso a quello che lei e le persone vicine stavano vivendo. “Qualcosa di molto, molto forte. C’è chi muore, chi rimane incinta, chi viene picchiato”, dice. “Là dentro quei momenti intensi non mancavano mai”. Una poesia, The mango seller (La venditrice di mango), parla di una donna arrivata in prigione dopo essere stata arrestata perché vendeva manghi per strada. Nyanzi la descrive sottolineando elementi poco lusinghieri – i suoi occhi “spaventosi”, i capelli legati e il naso sporco di moccio – a cui però contrappone il dolore e la fragilità della donna. “Sono qui in prigione e piango per il mio bambino”, dice la madre, riferendosi a suo figlio di otto mesi che ha lasciato dalla vicina quel mattino prima di andare a vendere frutta in giro. Non potendo pagare la multa che ha preso per aver lavorato senza licenza, è stata spedita in prigione con un autobus.
N o roses from my mouth esplora anche il trauma della stessa Nyanzi, e include vari e strazianti omaggi al bambino che portava in grembo e che ha perso in prigione. C’è anche una poesia che parla di una relazione lesbica tra detenute, e di un detenuto intersessuale che Nyanzi descrive come “un uomo, una donna, una persona favolosa. Come ingannano le rigidità di genere!”.
Antropologa di professione, Nyanzi è famosa per i suoi studi sui gruppi più marginalizzati della società ugandese, come i lavoratori sessuali e la comunità lgbt+ con i quali ha spesso collaborato. Prima di finire in prigione, le sue ricerche avevano avuto un’accoglienza discordante nella società conservatrice ugandese . Nyanzi si chiede se questo abbia contribuito a farle perdere il posto di lavoro alla Makerere university di Kampala, la più antica università ugandese. Nyanzi continua a battersi contro questa decisione in un tribunale civile. Anche se alcuni suoi colleghi la sostengono, nessuno di loro ha testimoniato in suo favore in aula.
Molte delle sue poesie hanno come bersaglio il presidente Museveni. I due hanno dei familiari nella stessa regione dell’Uganda e Nyanzi sostiene che, se dovesse incontrarlo, lo saluterebbe con educazione. “Non ho niente di personale contro l’uomo. Ma questa dittatura deve essere pur incarnata da qualcuno”, dice ridendo. Sostiene addirittura di ammirare l’uso che Museveni fa della lingua, ricco di “metafore, proverbi ed enigmi”, come quando, riferendosi ai manifestanti antigovernativi, ha detto: “Se metti le mani nell’ano di un leopardo, sei in grossi guai”.
Una frase che Nyanzi ha ripreso nei suoi versi e ha rivolto contro di lui, quando si è descritta nell’atto di “stuzzicare l’ano del leopardo”. “È un serpente, un bastardo, una puttana, un assassino e via dicendo, ma è anche molto divertente, intelligente e brillante”, dice.
Nyanzi scherza dicendo che vuole sfidare Museveni in un duello di poesia dal vivo, ma sa anche di aver bisogno di riposo. Da quando è uscita di prigione è svenuta varie volte, a causa di un disturbo che secondo i medici deriva dai traumi subiti quando era dentro.
“Penso che avrei bisogno di fare dei bagni caldi e di stare seduta in grandi giardini coperti di vegetazione”, dice sorridendo, ma poi guarda la sua agenda piena d’impegni. È difficile immaginare quando potrà trovare il tempo di rilassarsi. Eppure da quando è stata scarcerata continua a trovare conforto nella poesia, in particolare quando va ad ascoltare le opere di giovani scrittori declamate in eventi di spoken word a Kampala.
Parla con trasporto di un recente evento di poetry slam, una competizione di poeti a cui ha partecipato con la figlia quindicenne sul tema del consenso sessuale. “Avendo degli adolescenti a casa, posso vedere di persona ragazzi che partecipano a eventi simili”, racconta. “È una cosa che dà molto conforto. Musica, poesia e percussioni. Mi aiuta ad affrontare la situazione”. ◆ ff
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Questo articolo è uscito sul numero 1354 di Internazionale, a pagina 58. Compra questo numero | Abbonati