Lavorare fino a 66 anni in cantiere, perché ti manca un anno alla pensione. O addirittura dopo i settant’anni perché la pensione è troppo bassa per il costo della vita o perché non trovi nessuno disposto a rilevare l’attività con cui mantieni la famiglia. Questa è la realtà per milioni di italiani. Ma la situazione è anche più dura per i romeni emigrati in Italia, come Octav Stroici, morto in un tragico incidente sul lavoro nel crollo della Torre dei conti, il 3 novembre 2025 a Roma. Lo stato sociale italiano non è più in grado di garantire le tutele che in passato assicuravano un sostegno completo a chi arrivava all’età in cui diventa sempre più difficile lavorare, soprattutto in cantiere.
Molti emigrati svolgono lavori pesanti: non sono i nomadi digitali che si godono la vita culturale e le comodità delle grandi città europee, a volte a costi anche inferiori rispetto a quelli del paese d’origine.
In Italia ci sono decine di migliaia di badanti romene che assistono anziani ottantenni o novantenni, e molto spesso anche loro sono vicine alla pensione. E ci sono decine di migliaia di uomini che hanno più di cinquant’anni e lavorano nei cantieri, nell’agricoltura, nella ristorazione, nei trasporti o in altri settori che richiedono un certo sforzo fisico e che gli italiani evitano proprio perché la paga non è proporzionata alla fatica.
Molte di queste persone soffrono di gravi problemi di salute, fisica e mentale. Fanno lavori pesanti, spesso aggravati dal pendolarismo e dai pochissimi giorni di riposo. Per loro la vita e la cultura dell’occidente non sono del tutto sconosciute: semplicemente non hanno il tempo – e i soldi – per apprezzarle davvero.
Il dibattito in Romania
Per centinaia di migliaia di romeni che non hanno ancora maturato i contributi richiesti dal sistema pensionistico italiano, ma che hanno superato i 65 anni, la realtà è particolarmente dura: possono continuare a lavorare fino allo sfinimento, oppure tornare a casa e chiedere la pensione in Romania. Ammesso che riescano a orientarsi nei labirinti della burocrazia. Tuttavia, la maggior parte delle persone che sono andate a lavorare in Italia o in altri paesi europei non vuole tornare a casa, perché all’estero si è rifatta una vita, tra l’altro di una qualità nettamente superiore a quella precedente. Questo vale soprattutto per le lavoratrici e i lavoratori provenienti dai villaggi o da piccoli centri della Romania, rimasti molto indietro rispetto alle poche grandi città del paese.
Per quanto la situazione in Italia sia difficile, è comunque meglio: è una frase ripetuta da decine di romeni emigrati con cui ho parlato. E questo la dice lunga sui recenti “successi” vantati da Bucarest, soprattutto per quanto riguarda l’uso dei fondi comunitari, che avrebbero dovuto far uscire dalla povertà proprio le regioni da cui queste persone sono state costrette a partire.
Dal loro paese non ricevono aiuti sufficienti. Anche se i miliardi di euro in rimesse che hanno inviato a casa sono serviti a tenere in piedi uno stato incapace di offrirgli condizioni di lavoro decenti, non hanno avuto nulla in cambio dalla Romania. Non c’è da stupirsi quindi se oggi molti vogliono fare saltare quel sistema di complicità politiche che considerano responsabile delle loro difficoltà.
Il dramma dell’incidente sul lavoro di Roma dovrebbe portare nel dibattuto pubblico romeno anche un’altra questione. In Italia l’età pensionabile non è più fissa a 67 anni. Chi oggi ha cinquant’anni dovrà lavorare fino a 68, e chi ne ha quaranta fino a 69. Con ogni probabilità le generazioni più giovani beneficeranno di una pensione completa solo dopo i 70 anni. Questo significa che chi oggi comincia a lavorare a 25 anni, probabilmente dovrà farlo per altri 45 prima di poter arrivare alla pensione. E questo non vale solo per l’Italia, ma per tutti i sistemi pensionistici d’Europa, Romania compresa.
È la brutale realtà di un sistema di welfare che non tiene più il passo con le trasformazioni causate dalla riduzione del bacino dei lavoratori giovani, dall’automazione, dalla digitalizzazione, ma anche dalla fuga dei grandi capitali dai paesi che li tassano proprio per finanziare la protezione dei lavoratori.
Sul tema delle pensioni la Romania affronterà uno tsunami tra pochi anni, quando i cosiddetti decre ţ ei (“figli del decreto”, le persone nate tra gli anni settanta e ottanta, quando era in vigore il divieto totale di aborto) cominceranno a raggiungere l’età pensionabile. Dal 2030 in poi, se il sistema non si preparerà per tempo, assisteremo a un collasso sociale di grandi proporzioni, perché il numero dei pensionati diventerà praticamente uguale a quello dei lavoratori attivi.
Secondo le stime, dal 2032 in Romania ci saranno sette milioni di pensionati (rispetto ai cinque milioni attuali) e tra i sette e gli otto milioni di lavoratori attivi, quelli che possono essere tassati per finanziare il welfare. Nessun sistema pensionistico può sostenere questi numeri. Come su molte altre questioni, lo stato romeno sembra incapace di capire quello che sta per succedere. Anche i paesi occidentali sono alle prese con lo stesso fenomeno e stanno cercando di prendere le misure necessarie. In alcuni casi, come in Italia, si è deciso di aumentare l’età pensionabile, contando anche sul fatto che, grazie al sistema sanitario pubblico e universale e a uno stile di vita abbastanza sano, gli italiani arrivano a settant’anni in condizioni di salute generalmente buone. In Francia, invece, la semplice proposta di portare l’età pensionabile da 62 a 64 anni è in grado di fare cadere un governo.
Per un certo periodo l’immigrazione può arginare questi squilibri demografici, ma finisce per sollevare una serie di interrogativi sull’identità nazionale, la tutela della cultura locale e gli elementi che fino a oggi hanno definito e plasmato la prosperità e la società aperta dell’occidente.
Metafora triste
L’automazione, la digitalizzazione e la diffusione dell’intelligenza artificiale alimentano anche altri dilemmi di tipo economico: per esempio come tassare i robot – o più precisamente i loro proprietari – per distribuire il più equamente possibile il valore aggiunto che portano all’economia. In fondo nessuno vuole immaginare una società in cui un piccolo gruppo di miliardari possiede milioni di robot o software, mentre gli altri vivono in un precariato permanente.
Queste discussioni sono assenti in Romania, ma devono essere affrontate con urgenza. Proprio nelle aziende high-tech che hanno investito nel paese di recente ci sono stati migliaia di licenziamenti, e il problema potrebbe accentuarsi nei prossimi anni. Bucarest ha una strategia di fronte a tutto questo?
Il crollo di un edificio medievale di grande valore simbolico per Roma e per l’Italia, ristrutturato con i soldi europei e con il lavoro di immigrati che muoiono sotto le macerie, è una metafora triste dell’attuale mentalità collettiva europea. La verità è che la ristrutturazione del sistema sociale del continente non sarà né facile né priva di problemi. Ma può essere realizzata. Più presto lo capiremo anche in Romania, minori saranno le conseguenze sociali. Dobbiamo solo aspettare che i politici trovino il coraggio di avviare la discussione anche da noi, prima che sia troppo tardi. ◆ ap
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Questo articolo è uscito sul numero 1642 di Internazionale, a pagina 36. Compra questo numero | Abbonati