L’epigrafe del nuovo romanzo di Elizabeth Strout è tratta da Jung: la solitudine non nasce dall’assenza di persone, ma dall’impossibilità di comunicare ciò che conta per noi. Potrebbe valere per tutti i suoi libri. I personaggi vivono in comunità dove tutti sanno tutto degli altri, eppure si sentono soli e incompresi. A prima vista Artie Dam, protagonista di Le cose che non diciamo, non è solo. A 57 anni è felicemente sposato, abita in una casa sul mare nel Massachusetts, va in barca ed è legato al figlio Rob. Insegna storia al liceo ed è stato premiato come professore dell’anno. Ma un “accumulo di solitudine” lo ha portato a meditare il suicidio. Lo angosciano le imminenti elezioni presidenziali del 2024 e i rapporti con gli altri lo deprimono: “Mi chiedo perché la gente non dica mai niente di vero”. Quando cade accidentalmente dalla barca, però, vuole disperatamente salvarsi. Un uomo lo soccorre. Il romanzo sembra avviarsi lungo un percorso familiare: un uomo ritrova il senso della vita dopo aver rischiato di perderla. Strout rifiuta invece la parabola consolatoria. Artie non rinasce: è costretto a “diventare finalmente adulto”, riconoscendo quanto poco abbia capito del matrimonio, della paternità e di sé. I critici, concentrandosi sulle famiglie, spesso trascurano l’orizzonte più ampio dei romanzi di Strout. Qui compaiono Gaza, Elon Musk, il trattamento degli immigrati e gli studenti che fanno fare i compiti all’intelligenza artificiale. Artie sarà anche scampato all’annegamento, ma “il suo paese si stava suicidando”. La gentilezza non esclude la fermezza: quando un allievo deride una compagna fragile, lo rimprovera con furia. Eppure la scena ripete quasi alla lettera un episodio di _Mi chiamo Lucy Barton _(Einaudi 2016). L’insistenza sulla benevolenza e sul rispetto rende attraente il mondo di Elizabeth Strout, anche se a volte sentimentale. Ogni vita, soprattutto quella povera e ignorata, ha lo stesso valore. La generale cupezza è compensata da gesti generosi e colpi di fortuna, talvolta un po’ melensi. E quando l’autrice interviene per dirci quanto siamo ciechi davanti agli altri e a noi stessi, abbandona la discrezione e assume il ruolo della saggia onnisciente. Artie resta invece comune e amabile proprio perché pensa molto poco a sé e dice ancora meno.
Blake Morrison, **
**London Review of Books
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Questo articolo è uscito sul numero 1688 di Internazionale, a pagina 82. Compra questo numero | Abbonati