Con il disco precedente, Romance, i Fontaines D.C. avevano trasformato il loro post-punk in qualcosa di più audace e spettacolare. Dopamine chamber, quinto album della band di Dublino, porta quella metamorfosi alle estreme conseguenze e sembra raggiungere quello che il gruppo inseguiva da tempo: le chitarre cedono spazio all’elettronica, agli archi cinematografici e ad atmosfere gotiche. Dopamine chamber esplora il lato più cupo della contemporaneità, dalla dipendenza dagli smart­phone (evocati nel titolo dell’album) al collasso ambientale, dalle disuguaglianze alla violenza politica. Il brano d’apertura Six shot morning e il singolo Marianne colpiscono per intensità, sostenuti da arrangiamenti imponenti e dalla voce tesa del cantante Grian Chatten, che è anche il principale paroliere della band. Mimesis offre una parentesi pop, mentre in Tongue Chatten sfoggia un testo ricco costruito su un sottofondo di percussioni delicate, una sezione d’archi e una linea di basso e un motivo di pianoforte ispirati ai Wu-Tang Clan e ai Mobb Deep. Japan guarda agli Arctic Monkeys di Humbug e promette cori da stadio ai concerti; in Where is gone? la cantante spagnola Rosalía accompagna Chatten in una ballata che sembra quasi la colonna sonora di un film di James Bond. Tra echi di Nino Rota, Mina, Massive Attack e Portishead, i Fontaines D.C. costruiscono il loro lavoro più ambizioso: un universo sonoro mutevole, dove melodie splendide convivono con inquietudini profonde e contemporanee. La vastità di Romance non ha fatto che accrescersi: con questo, il quintetto irlandese si è dedicato a un’esplorazione sonora a tutto tondo di quello che sono i Fontaines D.C. E anche di quello che potrebbero diventare in futuro.
James Mellen, Clash

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Questo articolo è uscito sul numero 1687 di Internazionale, a pagina 84. Compra questo numero | Abbonati