Una donna con una camicia a quadretti rosa e i pantaloni blu viene portata via di peso da un gruppo di poliziotte. Il suo corpo è quasi in orizzontale, sollevato e trascinato via. Ha i denti stretti, gli occhi socchiusi e il volto contratto in una smorfia di sforzo, o forse di dolore. Non sembra arrendersi, sembra resistere. In primo piano si vedono diverse mani, una l’afferra per il polso, come a trattenerla. Dietro, una fitta folla riempie quasi tutto lo spazio. La camicia rosa della donna è l’unica nota calda e vivace tra le divise color kaki e le tute mimetiche. È un po’ sollevata e lascia vedere la pancia della donna. Abbastanza da rendere la tensione del momento, ma non troppo da ledere la sua dignità. Almeno ai nostri occhi. La luce è morbida e calda, e il verde degli alberi sullo sfondo chiude la parte alta della foto. Siamo in India, durante una manifestazione contro la polizia di New Delhi accusata di molestie sessuali.
Pubblichiamo spesso foto di manifestazioni e proteste, nel numero 1686 ci sono anche quelle dei liceali in Francia, che accompagnano gli articoli di copertina. In questo tipo di foto le situazioni tendono a ripetersi: i manifestanti allineati dietro uno striscione, quelli schierati davanti a un cordone di agenti di polizia, a loro volta in fila. Sono foto immediate, ma spesso mancano di profondità e non sempre si percepisce lo spazio della piazza e le relazioni tra le persone. Altri motivi ricorrenti sono i gesti: il pugno chiuso, le dita a V o le mani alzate per mostrare la propria vulnerabilità e insieme denunciare la brutalità delle autorità. Poi ci sono le folle viste dall’alto, per dare conto delle dimensioni dei cortei, o scatti ravvicinati che mostrano i protagonisti, spesso con cartelli e striscioni.
Ci sono i motivi iconici come quello del manifestante solitario di fronte al potere, dall’uomo che nel 1989 si fermò da solo davanti a una colonna di carri armati in piazza Tienanmen a Pechino alla donna con il suo elegante vestito svolazzante di fronte agli agenti in tenuta antisommossa a Baton Rouge, a Los Angeles, nel 2016. Quando scegliamo la foto di una protesta pensiamo a dove vogliamo mettere l’accento: sull’energia e le ragioni di chi protesta, sulla repressione, sulla violenza. Scegliere cosa mostrare può influenzare il modo in cui una protesta è percepita.
In questo senso la questione della violenza è complessa: le fiamme e il fumo dei lacrimogeni, che rendono la scena drammatica, a volte rischiano di raccontare ogni protesta come uno scontro, anche quando i cortei sono pacifici. L’impressione è che ci sia stato un aumento della violenza delle forze dell’ordine, dopo un periodo, negli anni ottanta e novanta, di gestione più negoziata delle piazze. Ma è difficile distinguere tra un aumento reale e una maggiore documentazione, legata alla diffusione dei cellulari. In Europa non esistono statistiche omogenee sulla violenza della polizia alle manifestazioni ma, almeno in Italia, molti considerano il G8 di Genova nel 2001, con la morte di Carlo Giuliani e gli abusi alla Diaz e a Bolzaneto, uno spartiacque. Quello che sappiamo è che in alcuni paesi europei, come la Francia, l’uso delle cosiddette armi non letali (proiettili di gomma, spray urticante, granate stordenti) è sempre più diffuso, accanto agli strumenti più tradizionali (manganelli, idranti e lacrimogeni). Inoltre nuove leggi restringono il diritto di protesta e inaspriscono le pene per chi manifesta e i sistemi di sorveglianza di massa completano il quadro repressivo.
Visivamente tutto questo si traduce spesso in uno spostamento dalla scena dello scontro ai corpi, ai volti e agli strumenti. Gli agenti in tenute corazzate diventano sagome senza volto, quasi robotiche, sono figure anonime e protette in contrapposizione a chi protesta, il cui corpo è esposto. Con la diffusione della disobbedienza civile non violenta, soprattutto nei movimenti per il clima, l’immagine delle persone trascinate via, come nella foto indiana che abbiamo pubblicato, torna spesso: il corpo inerte di chi si siede, si incatena o si incolla all’asfalto, sollevato e portato via di peso.
In autunno sembra che le proteste si moltiplichino. Non è un caso che i francesi parlino di rentrée sociale, la ripresa delle attività lavorative, sindacali e studentesche dopo la pausa estiva. Da noi c’è l’espressione “autunno caldo”, nata con le lotte operaie del 1969. In molti paesi è il periodo in cui i governi presentano le leggi di bilancio, che spesso accendono il malcontento della piazza. Ma non è una regola, perché si protesta a ogni latitudine e in ogni stagione. I motivi non mancano.
Questo testo è tratto dalla newsletter Fotografica.
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