Digger
Ecco la scommessa da 125 milioni di dollari di Iñárritu sulla grottesca messa in scena del nostro inferno contemporaneo, un inferno in cui la classe dominante schiaccia senza ritegno il proletariato e poi, una volta che la polvere si è posata, trasforma il tutto in arte e aspetta con impazienza gli applausi. All’infinito. Non si tratta tanto di politica quanto della funzione dell’arte in tempi di crisi, eppure rimane stranamente inefficace per un film così insistente nel voler lanciare un messaggio. Tom Cruise, con l’interpretazione di un oligarca sopra le righe che ha accidentalmente condannato il mondo con le sue sconsiderate trivellazioni, punta sfacciatamente al premio Oscar, anche se alcuni comprimari (John Goodman e Plemons) finiscono per rubargli la scena. La fotografia volutamente squallida di Emmanuel Lubezki e la elaborata scenografia di Dennis Gassner sono i punti di forza del film che risulta quindi più interessante visivamente che narrativamente. Digger sembra troppo compiaciuto, l’equivalente cinematografico di un miliardario che si aspetta gratitudine per una donazione deducibile dalle tasse. Hannah Strong, Little White Lies
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Questo articolo è uscito sul numero 1686 di Internazionale, a pagina 80. Compra questo numero | Abbonati