Cosa succede quando a un romanziere interessano più la trama, o il messaggio, che la prosa? Trama e messaggio hanno una cosa in comune: viaggiano più spediti se lubrificati dall’olio dei cliché. Può capitare così di apprezzare un romanzo per la storia o per le idee che sostiene, anche quando procede a forza di espressioni logore: “giardini curatissimi”, “rimasi di stucco”, “un frastuono assordante”. Per una buona parte, leggere L’occhio fantasma, l’undicesimo romanzo di Amitav Ghosh, è un’esperienza di questo tipo. La trama è costruita in modo elaborato e, soprattutto nella prima metà, dissemina misteri intriganti. Il tema – le collisioni tra globale e locale negli anni successivi alla seconda guerra mondiale – è importante. Ma gran parte della prosa nasce già morta. Lo dico con dispiacere. Come molti lettori, sono grato a Ghosh per la sua ricchezza narrativa e per il quadro intellettuale costruito nel saggio La grande cecità. Se negli ultimi dieci anni la crisi climatica è diventata un tema urgente della narrativa, lo dobbiamo almeno in parte a lui. Anche _ L’occhio fantasma _è un romanzo su questo drammatico argomento. Il narratore Dinu, un antiquario di mezza età che vive a Brooklyn, racconta la sua storia nel 2020. Scrive per dipanare un passato complesso e ricordare sua zia Shoma, una terapeuta interessata ai bambini che sembrano ricordare vite precedenti. Tra loro c’è Varsha, una bambina di tre anni che Shoma arriva a credere sia stata, in una vita precedente, una giovane pescatrice delle Sundarbans. A questa vicenda s’intrecciano la ricerca di Dinu sul proprio passato e il piano dell’attivista Tipu per sfruttare i poteri degli “occhi fantasma” contro le aziende inquinanti. La reincarnazione diventa una metafora dell’interconnessione che ci lega in un mondo globalizzato. Ghosh immagina una spiritualità condivisa da esseri umani, animali e piante: una mente ecologica collettiva. È un’idea stimolante, ma soffocata da una coltre di cliché. E anche i dialoghi sono poco convincenti: Tipu dovrebbe appartenere alla generazione Z, ma il suo gergo giovanile suona artificioso. Le parti riuscite – l’intelligenza meticolosa di Shoma, l’attenzione di Ghosh al cibo come indicatore della globalizzazione – sono eccellenti. Ma il resto no, ed è un peccato.
Kevin Power, **
**The Guardian
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Questo articolo è uscito sul numero 1683 di Internazionale, a pagina 82. Compra questo numero | Abbonati