Angelo, guarda il passato è un romanzo insolito, quasi eccentrico. L’autore, Thomas Wolfe, è un dilettante, in parte perché “l’artista è sempre un dilettante”, e in parte perché ha scritto qualcosa privo di perfezione strutturale. Ha tentato di dare vita a un’esperienza statunitense vasta e sfuggente, usando qualunque linguaggio o forma riuscisse a elaborare per rispondere alle esigenze del momento, invece di attenersi dall’inizio alla fine a una formula più ordinata e meno ambiziosa. Questo però non significa che questo romanzo sia del tutto originale. Il libro è strettamente legato a un genere ben noto, la saga familiare, e nella scrittura mostra influenze altrettanto riconoscibili, in particolare quelle di James Joyce e Sherwood Anderson. La storia è quella dei coniugi Gant, Oliver ed Eliza, e dei loro sette figli, in particolare Eugene Gant. Sullo sfondo c’è la storia della città di Altamont, in North Carolina. E dietro Altamont, la storia dell’intero sud dalla fine dell’ottocento fino a oggi. Una scrittura come quella di Wolfe può avvicinarsi pericolosamente a diventare bella prosa pura e fine a se stessa, ma è sincera, e suggerisce il tentativo ambizioso dell’autore, sostenuto nell’insieme del libro dall’ampio respiro della storia stessa.
Kenneth Fearing, New York Evening Post (1929)

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Questo articolo è uscito sul numero 1658 di Internazionale, a pagina 88. Compra questo numero | Abbonati