Rachel Kushner (David Levenson, Getty)

The Guardian

Il lago della creazione è un romanzo di spionaggio pieno di rivelazioni e retroscena svelati poco alla volta, che tocca temi disparati come l’anarchia, l’agricoltura e la preistoria. All’ampiezza e alla sofisticazione dei suoi lavori precedenti, Kushner aggiunge una trama formidabile e un ritmo impeccabile, oltre a una componente di puro divertimento. La narratrice, Sadie, una statunitense di 24 anni, è un’altra memorabile eroina kushneriana: ex dottoranda poliglotta, dotata – ce lo dice lei – di un fisico mozzafiato e di un volto ordinario, qualità utilissime per il suo lavoro di spia a pagamento dopo essere stata cacciata dall’Fbi in seguito a un maldestro tentativo d’incastrare un attivista per i diritti degli animali. Facciamo la sua conoscenza nella Guienna, nel sudovest della Francia, dove è stata ingaggiata per sorvegliare i fondatori di una cooperativa agricola radicale, Le moulin, sospettati di sabotare un progetto approvato dal governo per trasformare i campi locali in una monocultura di mais. Un misterioso mandante, mai nominato, ha incaricato Sadie di trovare prove delle loro malefatte e, se non ci riuscisse, di fabbricarle. Le pagine iniziali alternano il viaggio di Sadie verso la Guienna e la sua lettura clandestina della corrispondenza hackerata tra i moulinards e il loro anziano guru, Bruno: un ex sessantottino che vive in una grotta e riemerge periodicamente per scrivere email sul computer della figlia, esponendo eccentriche teorie sul destino dei Neanderthal, una specie, secondo lui, profondamente fraintesa, dalla quale potremmo imparare molto, non da ultimo il riconoscimento (a quanto pare) del potenziale sovversivo del sonno. Mentre Sadie s’insinua nella comune, fingendosi una traduttrice, gran parte dell’intrigo nasce dal modo in cui le idee di Bruno non sono soltanto assurde ma anche seducenti. La tensione cresce quando lei si avvicina al leader di Le moulin, Pascal, un ricco parigino già compagno di Guy Debord. Non è il dolore nascosto della narratrice a tenerci incollati; è piuttosto il fatto che, per il lettore, pagina dopo pagina, sia una compagnia eccellente: fanfarona, velenosa, selvaggia. Le ultime cento pagine del romanzo sono incredibilmente tese: puro intrattenimento e un’autentica delizia.
Anthony Cummins, **
**The Guardian

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Questo articolo è uscito sul numero 1656 di Internazionale, a pagina 88. Compra questo numero | Abbonati