Billy the Kid è vissuto, eppure non esiste. Non sappiamo quasi nulla di lui se non che fu un ladro di cavalli, uccise degli uomini e morì a 21 anni, il 14 luglio 1881 a Fort Sumner in New Mexico, ucciso da Pat Garrett. Ogni sua biografia è un racconto a sé. Con Les orphelins Éric Vuillard (premio Goncourt nel 2017) ha deciso di scrivere la sua versione, seguendo le orme di tanti altri, da Borges a Michael Ondaatje. La prospettiva scelta è quella politica, della lotta alle tre gorgoni: capitalismo, colonialismo, liberalismo. Del resto lo spirito della lotta è una delle caratteristiche di Vuillard, insieme alla vivacità del tono. Caratteristiche che ricordano il cinema statunitense di protesta tra gli anni sessanta e settanta, che a Billy the Kid dedicò due capolavori, Furia selvaggia di Arthur Penn e _Pat Garrett e Billy the Kid _di Sam Peckinpah. In un selvaggio west che racchiude le depravazioni, le contraddizioni e la violenza del nuovo mondo, Vuillard sembra voler creare un individuo che possa incarnare la “moneta falsa di cui sono fatti i nostri sogni”. Libération

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Questo articolo è uscito sul numero 1651 di Internazionale, a pagina 82. Compra questo numero | Abbonati