Serebrennikov c’invita ad affrontare una prova fisicamente sgradevole, eticamente discutibile e artisticamente terrificante. Il regista e dissidente russo ha deciso di applicare lo stile febbrile che ha impiegato nelle biografie della moglie di Čajkovskij e di Limonov a quella di un criminale di guerra nazista: Josef Mengele, “medico” di Auschwitz soprannominato “angelo della morte”. Adattato dal romanzo investigativo di Olivier Guez, il film si concentra sugli anni di esilio dell’impenitente ufficiale delle Ss in vari paesi del Sudamerica. Serebrennikov non esita a prendere in prestito convenzioni del film di spionaggio (come il bianco e nero o la suspense) ma ritrae il suo protagonista come un uomo vile, accecato dall’odio e da una patologica lealtà al nazismo. In un flashback a colori particolarmente angosciante, Mengele (nell’agghiacciante interpretazione di August Diehl) compie operazioni mostruose come si trovasse in un idillio. Costringendoci a vedere (e a tremare), Serebrennikov fornisce un terribile quanto necessario contrappunto alla scelta di Jonathan Glazer che in The zone of interest aveva lasciato le atrocità del genocidio fuori dallo schermo.
Jérémie Couston, Télérama

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Questo articolo è uscito sul numero 1650 di Internazionale, a pagina 76. Compra questo numero | Abbonati