Poche ore dopo la cattura di Nicolás Maduro, il presidente statunitense Donald Trump ha messo in chiaro le sue motivazioni. “In Venezuela l’industria del petrolio è un disastro, un disastro totale da molto tempo. Le grandi aziende petrolifere statunitensi spenderanno miliardi di dollari, ripareranno le infrastrutture danneggiate e cominceranno a fare soldi a palate per il nostro paese”.

Nelle parole di Trump c’è desiderio di vendetta. Diciotto anni fa, sotto la guida di Hugo Chávez, il Venezuela nazionalizzò i beni controllati dagli statunitensi e da altre aziende occidentali. Da allora nei tribunali degli Stati Uniti si sono accumulate richieste di risarcimento per 60 miliardi di dollari contro Caracas e contro la Pdvsa, la compagnia petrolifera statale. Il 16 dicembre 2025 Trump aveva chiesto al Venezuela di restituire “tutto il petrolio, i terreni e le risorse che ci ha rubato”.

Ma Trump vuole più di un risarcimento. Decenni di scarsi investimenti e di cattiva gestione hanno fatto crollare di due terzi la produzione petrolifera venezuelana rispetto alla fine degli anni duemila. Oggi il paese estrae solo un milione di barili al giorno. A Washington sono convinti che ripristinare la capacità produttiva renderebbe ricco il Venezuela e allo stesso tempo riempirebbe le tasche degli statunitensi. Considerando che il paese ha giacimenti per un valore complessivo di 300 miliardi di dollari (un quinto del totale mondiale), è probabile che la sua produzione continui a crescere per molto tempo. Tra l’altro il greggio pesante e aspro dei giacimenti venezuelani è esattamente il tipo di cui le raffinerie americane sono a corto, in un momento in cui i rapporti tra Washington e il Canada, paese che produce lo stesso petrolio, sono molto tesi.

Crisi e opportunità
Produzione di petrolio del Venezuela, in milioni di barili al giorno (Rysad Energy)

I dolori del passato

Ma gli ostacoli al piano statunitense non mancano. Per produrre più petrolio, il Venezuela dovrebbe risolvere tre problemi: un disperato bisogno di fondi, una carenza di manodopera e un mercato globale saturo.

La società di consulenza Rystad Energy stima che per portare la produzione ai livelli di quindici anni fa servirebbero 110 miliardi di dollari di investimenti, una cifra doppia rispetto a quella spesa da tutte le maggiori compagnie petrolifere statunitensi a livello globale nel 2024. Trump sembra convinto che le aziende del suo paese si precipiteranno a firmare assegni sostanziosi. La Chevron, già presente in Venezuela (da dove esporta 200mila barili al giorno verso gli Stati Uniti grazie a un’esenzione dalle sanzioni) potrebbe effettivamente ampliare la sua attività, ma altre aziende non hanno dimenticato i dolori del passato. Il presidente lascerà la Casa Bianca fra tre anni, e non è detto che nel frattempo non perda interesse per la questione. Anche i trader di materie prime non sembrano entusiasti, spiega il consulente specializzato Jean-François Lambert. Infine il coinvolgimento delle banche e delle compagnie assicurative, indispensabili per il trasporto di petrolio, potrebbe essere ancora più lento.

Anche se le compagnie petrolifere dovessero convincersi a investire, è difficile che l’industria petrolifera venezuelana riesca a tenere il passo. Negli ultimi anni il settore ha subìto una drammatica fuga di cervelli: decine di migliaia di lavoratori qualificati, dagli ingegneri ai geologi, hanno lasciato il paese, al punto che oggi la Pdvsa è gestita in gran parte dalle forze armate. Per stipulare accordi con le aziende occidentali, la Pdvsa (70mila dipendenti) dovrebbe essere riformata radicalmente.

Ritorno lento

Infine, tutto il petrolio in più del Venezuela confluirebbe in un mercato saturo. L’Agenzia internazionale per l’energia prevede che l’offerta globale di greggio supererà la domanda almeno fino alla fine del decennio, sia per la produzione intensa in paesi come Brasile, Guyana e Stati Uniti sia per la crescita lenta della domanda. Molti analisti sono convinti che nel 2026 e nel 2027 i surplus faranno scendere il prezzo del petrolio verso i 50 dollari al barile e forse anche meno, una cifra inferiore al valore di pareggio per molti giacimenti venezuelani con buone riserve. I nuovi progetti sono spesso ancora meno competitivi.

Nello scenario più ottimistico, la società di analisi dei dati Kpler prevede che la produzione petrolifera del Venezuela possa salire fino a 1,7 o 1,8 milioni di barili al giorno entro il 2028. In quel caso gli Stati Uniti potrebbero avere un vantaggio sul piano commerciale e geopolitico (estromettendo dal mercato le raffinerie cinesi, che in passato compravano la maggior parte dl petrolio venezuelano), ma sarebbe marginale. Qualsiasi obiettivo più ambizioso, come riportare la produzione venezuelana a 2,5/3 milioni di barili al giorno – una quantità simile a quella della fine del decennio scorso e paragonabile a quella attuale del Kuwait, ottavo produttore di petrolio al mondo –, è un progetto a lungo termine, spiega Jorge León di Rystad Energy. La cattura di Maduro è stata rapida e spettacolare. Il suo ritorno economico non lo sarà. ◆ as

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Questo articolo è uscito sul numero 1647 di Internazionale, a pagina 18. Compra questo numero | Abbonati