Due mesi dopo il suo arrivo al potere, nel 1999, il presidente algerino Abdelaziz Bouteflika presentò la cosiddetta legge sulla concordia civile. Per porre fine a dieci anni di guerra tra militari e islamisti offriva l’amnistia a questi ultimi, a condizione che non avessero commesso crimini: “Tutti i terroristi che venivano mostrati in televisione al telegiornale delle venti spiegavano che avevano lavorato come cuochi nei nascondigli degli assassini”, racconta con feroce ironia un personaggio di Urì, terzo romanzodello scrittore franco-algerino Kamel Daoud (discusso premio Goncourt nel 2024). In Algeria la verità non è solo travisata, è anche proibita. Daoud insiste sul silenzio che viene bilanciato dal pensiero e dall’osservazione, stratagemmi che permettono una specie di libertà d’espressione: scrivere nero su bianco ciò che è stato quando parlare è vietato. L’autore, oggi residente in Francia, forse usa un po’ troppo la metafora della “voce interiore”, ma il suo testo è potente, istruttivo, necessario. Aube, la narratrice, è diventata muta dopo che hanno provato a sgozzarla quando aveva cinque anni, la notte del 31 dicembre 1999. Il suo assassino non è riuscito a ucciderla ma le ha fatto perdere l’uso delle corde vocali lasciandole una cicatrice orribile. Ventuno anni dopo Aube si rivolge al bambino che porta in grembo e gli racconta la storia del “decennio nero” che si è conclusa con “la riconciliazione dei carnefici con i carnefici”.
Virginie Bloch-Lainé, Libération

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Questo articolo è uscito sul numero 1628 di Internazionale, a pagina 83. Compra questo numero | Abbonati