Bedřich Smetana (1824-1884), il padre della musica classica ceca, ha scritto poca musica da camera, ma i suoi due quartetti per archi sono un gioiello. C’è molta autobiografia: in questi lavori, composti in età matura, il musicista annota le sue gioie, i suoi dolori e i suoi ricordi, fino alla tristezza di fronte all’arrivo della sordità. Il quartetto Zemlinsky li cesella con una comprensione straordinaria dell’anima del compositore e delle sue radici boeme. I quattro musicisti hanno questi pezzi in repertorio dal 1994, quando sono nati come formazione al conservatorio di Praga, e mantengono nei loro confronti un entusiasmo straripante, idiomaticamente all’altezza di esecuzioni che hanno fatto la storia come quelle del quartetto Smetana e del Talich. Il primo quartetto (1876), sottotitolato Dalla mia vita, si articola in quattro miniature sorprendenti per intensità e naturalezza. Sono qualità che troviamo anche nel secondo quartetto (1883), dove è esplicita la tristezza meditativa di un compositore cosciente di essere sul punto di sparare i suoi ultimi colpi.
Erwan Gentric, Diapason
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Questo articolo è uscito sul numero 1622 di Internazionale, a pagina 92. Compra questo numero | Abbonati