Kae Tempest, artista londinese, si è sempre concentrato sulla pittura della ricca vita interiore degli altri. Con Self titled, il rapper e performer di spoken word si rivolge a se stesso, dando vita a un disco che trabocca di vivida interiorità, anche se a livello sonoro il risultato è discontinuo. L’esplorazione della propria identità di genere e la sua riscoperta sono il fulcro dell’album, e Tempest ne intreccia i temi. I stand on the line e Know yourself rassicurano un sé più giovane con grande arguzia. Il pezzo forte dell’album, Breathe, è un’affermazione di sei minuti – registrata in un’unica ripresa, su suggerimento del nuovo collaboratore Fraser T. Smith – in cui Tempest ricompone osservazioni precedentemente diverse tornando al ritornello: “Sii qualcuno in cui il bambino che ero potesse credere / respirare”. Il rifiuto del riposo dà nuova intensità a parole che avevamo già sentito. Quando Tempest torna allo spoken word rimane sicuro di sé, ma ti lascia con il desiderio di tornare ai suoi lavori precedenti. Anche la strumentazione è incoerente: la frenetica Diagnoses ha sintetizzatori potenti e Till morning unisce cupe trombe e frasi di chitarra, ma gran parte dell’album ricade nel tipico rap orchestrale londinese, raggiungendo raramente i vertici di altri lavori simili. Self titled compensa la sua instabilità musicale con la poesia sempre tagliente di Tempest, ed è difficile non essere rapiti da ogni parola.
Yu An Su, Clash
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Questo articolo è uscito sul numero 1622 di Internazionale, a pagina 92. Compra questo numero | Abbonati