Il romanzo d’esordio di Raven Leilani, Chiaroscuro, è uno sguardo freddo e duro sulla vita in una sordida metropoli del ventunesimo secolo. Il punto di vista è quello di una giovane donna in difficoltà che vorrebbe stabilità e tenerezza, e invece è intrappolata senza pietà nell’intersezione tra capitalismo, razzismo e sessismo. Edie è una pittrice di ventitré anni che sta per ritrovarsi disoccupata, per la fine del suo deprimente impiego editoriale. È anche al suo primo appuntamento con Eric, un archivista digitale bianco sulla quarantina che ha un matrimonio aperto con sua moglie Rebecca. Dopo la fase del sesso virtuale, Eric porta Edie in un parco a tema, dettaglio con cui Leilani sottolinea il loro divario di età. Dopotutto, Edie ha solo una decina d’anni in più della figlia nera adottiva di Eric, Akila, il quarto personaggio di questo scomodo quartetto che si ritrova a vivere sotto lo stesso tetto quando Edie è sfrattata dal suo appartamento infestato dagli scarafaggi. Anche se Edie ha molte cose di cui lamentarsi – sua madre si è uccisa, Eric è violento con lei, ha disturbi di digestione e problemi a fare amicizie – in queste pagine c’è ben poca autocommiserazione. Piuttosto, Edie descrive la sua sofferenza con distacco e con un occhio al mondo esterno, a come è percepito il suo corpo di donna nera. Leilani presenta brillantemente la soggettività unica di Edie mettendo in luce le disuguaglianze strutturali che tentano di cancellarla. La ragazza non trova molto sollievo ai suoi problemi, ma pur nel suo strano ruolo di amante-convivente nella casa suburbana di Eric riesce a trovare un po’ di solidarietà femminile nell’aspra Rebecca e nella solitaria Akila. Soprattutto, ricomincia a dipingere. Leilani evoca meravigliosamente i colori e le pennellate angosciate (lei stessa è pittrice oltre che scrittrice). Le descrizioni visive sono un punto di forza di questo romanzo, con i suoi segmenti di prosa nitidi e cristallini. È anche un po’ claustrofobico nella sua cupezza, ma avvolge il lettore nella magnificenza del suo linguaggio, nelle frasi sorprendenti per le loro traiettorie psichedeliche. Un libro di pura bellezza, eccezionale. Diana Evans, The Guardian
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Questo articolo è uscito sul numero 1393 di Internazionale, a pagina 78. Compra questo numero | Abbonati