Gonzalo Cardona Molina è il primo leader ambientalista a essere assassinato in Colombia nel 2021. Molina era impegnato nella protezione del pappagallo guancegialle, una specie in pericolo di estinzione, e lavorava come coordinatore di una riserva naturale. Pochi giorni dopo il ritrovamento del suo cadavere, Francisco Javier Vera, un attivista di undici anni che aveva attirato l’attenzione del paese intervenendo in parlamento per chiedere più attenzione per l’ambiente, è stato minacciato di morte su Twitter.

Secondo un rapporto della ong Global witness, nel 2019 la Colombia era al secondo posto per numero di omicidi di leader ambientalisti, con 24 vittime. L’anno scorso la stessa ong ha annunciato che nel paese il numero di leader assassinati era quasi triplicato, portandolo in cima alla lista con 64 vittime. Niente lascia sperare che la situazione possa cambiare.

Al dolore delle perdite umane si somma il fatto che molte cause ambientaliste resteranno orfane. Negli ultimi vent’anni Cardona aveva ricevuto molte minacce. Ora altri leader ed esponenti della comunità hanno paura delle rappresaglie che potrebbero subire se continuano a fare il proprio lavoro. Dietro questi omicidi ci sono gruppi criminali legati ad attività come il narcotraffico, la deforestazione e gli scavi minerari illegali, i cui interessi economici vengono ostacolati da chi difende gli ecosistemi e le specie minacciate. La storia è fin troppo nota. La Colombia non può continuare a perdere i suoi custodi per mano della violenza. Il prezzo da pagare per proteggere la biodiversità non può essere la propria vita. ◆ as

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Questo articolo è uscito sul numero 1393 di Internazionale, a pagina 13. Compra questo numero | Abbonati