È stato un omicidio atroce. Il corpo di Giulio Regeni, studente italiano di 28 anni, è stato ritrovato sul ciglio di una strada del Cairo, nel febbraio del 2016, nove giorni dopo la sua scomparsa. Aveva il collo, i polsi, le dita di piedi e mani e i denti rotti. Sua madre l’ha potuto riconoscere solo dalla punta del naso. Ora, finalmente, potrebbe aprirsi il processo contro le persone sospettate dell’omicidio, cinque agenti dei servizi segreti egiziani. Ma non in Egitto. Si svolgerà in Italia in contumacia, perché il governo del Cairo si è dimostrato bugiardo e ostruzionista.
Le autorità egiziane avevano inizialmente negato di essere al corrente della morte dello studente di Cambridge. Poi avevano sostenuto che era stato ucciso da una banda criminale, sgominata dalla polizia. Si sono rifiutate di indagare sull’ipotesi che i servizi di sicurezza avessero scambiato Regeni per una spia e l’avessero torturato a morte per ottenere informazioni. Non hanno fornito all’Italia i dettagli sull’identità dei sospettati. Hanno usato minacce diplomatiche ed economiche per bloccare o sabotare ogni procedimento legale.
Il governo di Abdel Fattah al Sisi ha pessimi precedenti per quanto riguarda i diritti umani. Centinaia di manifestanti sono stati uccisi dalla polizia; migliaia di oppositori e di attivisti impegnati nella difesa dei diritti civili sono stati incarcerati, e molti torturati. La stampa è stata imbavagliata e i giornalisti stranieri espulsi. All’Italia va riconosciuto di non essersi fatta intimidire, nonostante gli interessi commerciali ed energetici. Regeni merita giustizia. I collaboratori di Joe Biden, il presidente eletto degli Stati Uniti, hanno dichiarato che Washington sosterrà le democrazie, non le dittature. Al momento l’Egitto non è una democrazia. ◆ ff
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Questo articolo è uscito sul numero 1386 di Internazionale, a pagina 19. Compra questo numero | Abbonati