Il 1 aprile Donald Trump ha partecipato – prima volta per un presidente statunitense in carica – a un’udienza alla corte suprema per difendere la revoca dello ius soli, il diritto di cittadinanza per chi nasce negli Stati Uniti.

È entrato in aula con grandi speranze, considerando le ripetute decisioni a suo favore della corte, che ha una maggioranza conservatrice, ma probabilmente ne è uscito un po’ meno fiducioso.

La maggioranza dei nove giudici non è apparsa infatti disposta a dare un via libera al suo ordine esecutivo di revoca dello ius soli, l’elemento più audace della sua linea dura sull’immigrazione.

La corte, guidata da più di vent’anni dal conservatore John Roberts, ha sottolineato che le argomentazioni dell’amministrazione sono giuridicamente deboli e intrinsecamente impraticabili.

“Non penso che Roberts voglia passare alla storia per aver presieduto una corte che ha messo fine alla cittadinanza per nascita”, ha dichiarato Kevin Johnson, un esperto di diritto dell’immigrazione presso l’università della California a Davis.

La corte, che ha una maggioranza conservatrice di 6-3, compresi tre giudici nominati da Trump, è chiamata a esaminare un ricorso dell’amministrazione contro la decisione di un tribunale federale di sospendere l’ordine esecutivo di revoca dello ius soli, considerato incostituzionale.

Secondo il tribunale federale, l’ordine esecutivo è in conflitto con il quattordicesimo emendamento della costituzione degli Stati Uniti, da tempo interpretato nel senso di concedere la cittadinanza a chiunque nasca sul territorio statunitense, con alcune limitate eccezioni, tra cui i figli di diplomatici stranieri o di membri di una forza d’occupazione nemica.

Il quattrodicesimo emendamento afferma che “tutte le persone nate o naturalizzate negli Stati Uniti, e soggette alla loro giurisdizione, sono cittadini degli Stati Uniti”.

Secondo Johnson, i giudici della corte suprema terranno probabilmente conto della chiarezza dell’emendamento e della “lunga e ininterrotta storia” di applicazione dello ius soli negli Stati Uniti.

Roberts ha infatti definito “bizzarra” l’argomentazione dell’amministrazione secondo cui le parole “soggette alla loro giurisdizione” escludano ampie categorie di immigrati.

Il presidente della corte è sembrato anche respingere l’affermazione dell’avvocato generale degli Stati Uniti John Sauer secondo cui c’è il forte rischio di un “turismo delle nascite”.

“Viviamo in un mondo nuovo, in cui otto miliardi di persone sono a un solo viaggio in aereo dall’avere un figlio cittadino degli Stati Uniti”, ha dichiarato Sauer.

“Sarà anche un mondo nuovo, ma la costituzione è sempre quella”, ha risposto Roberts.

“Gente stupida”

Non tutti i giudici, tuttavia, sembrano dubitare dell’ordine esecutivo di Trump. Il giudice conservatore Samuel Alito, per esempio, è sembrato ricettivo all’argomentazione secondo cui la cittadinanza per nascita dovrebbe spettare solo ai figli di chi ha un “domicilio legale” negli Stati Uniti.

Anche se nell’ultimo anno la corte suprema si è schierata quasi sempre dalla parte di Trump, nel febbraio scorso aveva bocciato gran parte dei dazi doganali imposti dal presidente.

Dopo quella sentenza Trump si era scagliato contro la corte, definendo i sei giudici che si erano pronunciati contro di lui antipatriottici e due giudici conservatori che aveva nominato – Neil Gorsuch e Amy Coney Barrett - una “vergogna per le loro famiglie”.

“La corte suprema non si sta comportando molto bene”, ha dichiarato Trump il 1 aprile, aggiungendo che alcuni dei giudici da lui nominati vogliono dimostrare la loro indipendenza. “Gente stupida”, li ha definiti.

L’annuncio della sentenza è previsto alla fine di giugno.