Il 29 agosto la corte costituzionale tailandese ha destituito la premier Paetongtarn Shinawatra e il suo governo per la gestione della recente crisi al confine con la Cambogia.

Secondo i nove giudici, la premier ha violato gli “standard etici” richiesti dalla costituzione per ricoprire l’incarico.

Paetongtarn, 39 anni, ha fatto sapere che rispetterà la sentenza ma ha ribadito di aver sempre agito per il bene del paese.

Le contestazioni riguardavano una conversazione telefonica, avvenuta a giugno, tra Paetongtarn e l’ex primo ministro cambogiano Hun Sen, che quest’ultimo aveva registrato e condiviso pubblicamente. Durante la conversazione, il cui obiettivo era riportare la calma al confine conteso tra Thailandia e Cambogia, la premier aveva definito un generale tailandese un “oppositore” e usato toni considerati troppo deferenti nei confronti del suo interlocutore.

Il partito conservatore Bhumjaithai aveva reagito lasciando la coalizione di governo, indebolendo ulteriormente la posizione della premier.

Nel luglio scorso cinque giorni di scontri al confine tra Thailandia e Cambogia avevano poi causato la morte di quaranta persone, mentre più di 300mila erano state costrette a lasciare le loro case.

Secondo alcuni analisti politici, la destituzione di Shinawatra potrebbe far precipitare la Thailandia in una profonda crisi politica.

Nel 2024 la corte costituzionale aveva già destituito il suo predecessore, Srettha Thavisin, anche in questo caso per violazione degli “standard etici”.

Paetongtarn è stata la terza esponente del clan Shinawatra a guidare il governo tailandese, dopo il padre Thaksin e la zia Yingluck, entrambi destituiti in seguito a colpi di stato militari.

Il clan ha costituito per anni un contrappeso all’establishment conservatore basato sulla monarchia e l’esercito. In opposizione al clan negli anni ci sono stati due colpi di stato, manifestazioni di massa, alcune delle quali represse nel sangue, e una serie di procedimenti giudiziari.

La settimana scorsa Thaksin Shinawatra era stato invece assolto da alcune accuse di lesa maestà, per le quali rischiava fino a quindici anni di prigione.