All’orto botanico di Napoli novemila piante rendono l’aria più fresca rispetto alle strade vicine. Su una panchina, all’ombra, un anziano passa seduto diverse ore. “Vengo qui da anni, non sapevo fosse un rifugio climatico”, racconta. Abita a pochi minuti dall’orto e in casa ha il condizionatore, ma preferisce stare tra gli alberi. “L’aria condizionata fa male”, dice.
Non ha scelto l’orto consultando la mappa online dei rifugi climatici. Ci viene da prima che il comune pubblicasse l’elenco, all’inizio di luglio. E comunque non c’è una segnaletica che permetta di riconoscere il luogo come uno degli spazi in cui cercare sollievo durante le giornate più calde.
A metà luglio l’estate italiana conta già tre ondate di calore. La terza è stata particolarmente intensa nelle regioni centro-meridionali. A Napoli, il 21 luglio, la temperatura percepita ha raggiunto i 38 gradi, mentre la media del mese è di 25,5. Un’ondata di calore è un periodo di temperature insolitamente alte rispetto alle condizioni climatiche di un territorio, che dura per più giorni consecutivi.
Le raccomandazioni sono sempre le stesse: bere acqua, restare in casa o in ufficio nelle ore più calde. Ma non tutti possono seguirle. C’è chi lavora all’aperto: nei campi, nell’edilizia o facendo consegne a domicilio. E c’è chi vive in case poco isolate dal punto di vista termico o senza condizionatori. Per anziani soli, famiglie con un reddito basso e chi abita in case con molti coinquilini o parenti, restare a casa può significare continuare a essere esposti a temperature molto alte.
È per offrire un’alternativa pubblica che nasce l’idea dei rifugi climatici: “Luoghi dove si può andare gratuitamente, capaci di garantire una temperatura significativamente inferiore rispetto ad altri posti”, spiega Carmen Guida, ricercatrice del dipartimento di ingegneria civile, edile e ambientale dell’università Federico II di Napoli.
Nel capoluogo campano ce ne sono circa sessanta: parchi, giardini, chiese, biblioteche, la stazione centrale e un centro culturale. C’è anche l’orto botanico. Bagni e fontanelle non mancano, ma gli orari sono un limite: nel fine settimana l’orto non è aperto e nei giorni feriali chiude alle 14 o alle 16, quando il caldo può essere ancora forte.
Rischi sanitari
I rifugi sono una risposta d’emergenza a un rischio sanitario spesso sottovalutato. Il caldo raramente compare come causa diretta di morte, ma può aggravare diverse patologie. Secondo i dati preliminari pubblicati dalla rete EuroMomo, tra il 22 e il 28 giugno, durante l’ondata di calore che ha colpito soprattutto l’Europa occidentale si sono registrati più di diecimila decessi in più rispetto alle stime. Oltre novemila hanno riguardato persone di almeno 65 anni.
Per avere dati completi sui decessi attribuibili al caldo nell’estate 2026, anche per la città di Napoli, bisognerà aspettare la fine della stagione. Un episodio, però, ha attirato l’attenzione di parte dell’opinione pubblica del capoluogo campano. Il 24 giugno un uomo di 57 anni è stato trovato morto in piazza Municipio, vicino alla fontana del Nettuno, in centro.
La causa non è stata ancora accertata, ma tra le ipotesi c’è quella di un malore legato alle temperature alte: quel giorno la massima ha raggiunto i 33 gradi: un valore inferiore ai picchi registrati durante le ondate di calore di questa estate, ma comunque rischioso per chi rimane esposto al sole per molte ore.
Una rete sperimentale
La mappatura dei rifugi climatici di Napoli è nata dal basso, grazie al lavoro dell’associazione Cleanap, ed è stata successivamente adottata dal comune in collaborazione con l’università Federico II. La rete è ancora sperimentale e partecipativa. Tra i luoghi individuati come rifugi prevalgono parchi, giardini e chiese vicini al centro, mentre sono pochi i luoghi al chiuso e quelli nelle periferie.
“È ancora una rete potenziale”, spiega Emiliana Mellone di Cleanap. Per ciascun punto sulla mappa sono riportati orari, accessibilità, servizi e fontanelle vicine. Un questionario permette inoltre di segnalare eventuali problemi. “Le stime sul comfort termico sono teoriche, perché le condizioni effettive dipendono dall’orario, dalla ventilazione e dall’affollamento”, precisa Mellone.
Il parco Re Ladislao, nel centro storico, è uno dei luoghi indicati. Qui la distanza tra quanto suggerisce la mappa e la realtà è evidente: a mezzogiorno gran parte dello spazio è esposta al sole e nessuno sembra usarlo per ripararsi dal caldo. “Un parco non può essere considerato per intero un rifugio climatico, dipende dall’orario e dalla presenza di alberi”, precisa Mellone.
Secondo Guida, per stabilire se un luogo possa davvero essere considerato un rifugio climatico bisogna valutare diversi parametri. Tra loro, le caratteristiche strutturali e microclimatiche: la presenza di sistemi di raffreddamento, l’isolamento termico, la quantità e la qualità della vegetazione e la disponibilità di acqua. Conta poi l’accessibilità: lo spazio dev’essere gratuito, dotato di servizi minimi e raggiungibile senza che il tragitto esponga le persone a un ulteriore stress termico. Infine, bisogna considerare la distribuzione dei rifugi sul territorio.
“Misurare la temperatura o gli altri indicatori microclimatici non basta”, sottolinea Guida. Questi dati devono essere incrociati con quelli sociali: età, reddito, qualità delle abitazioni, presenza di persone senza dimora, accessibilità dei servizi e possibilità di spostarsi. “Non ci si può limitare a individuare gli spazi disponibili: bisogna capire dove si trovano le persone più vulnerabili, se siano effettivamente in grado di raggiungere i rifugi e segnalare i luoghi con la cartellonistica, non solo online”.
Internet può orientare chi conosce già il progetto, ma difficilmente raggiunge una persona anziana, chi vive per strada o chi non ha familiarità con la tecnologia. E anche il tragitto per arrivare al rifugio può comportare dei rischi.
Lo spazio culturale Obù compare sulla mappa e si trova a dieci minuti a piedi dalla stazione centrale. Raggiungerlo alle 15 di una giornata caldissima diventa impegnativo anche perchè il percorso attraversa vie trafficate, con pochi alberi e quasi nessuna ombra.
Una volta all’interno, però, si trovano acqua, ambienti climatizzati e sale in cui fermarsi. “Vogliamo essere un rifugio climatico culturale”, racconta Francesca Cartolano della fondazione Terzoluogo, che si occupa dello spazio. “Qui arrivano soprattutto bambini e bambine accompagnati da genitori, nonni e baby sitter, che possono sottrarsi alle temperature alte, ma anche leggere, partecipare alle attività e incontrare altre persone”.
Chi studia e pianifica l’adattamento climatico sa che i rifugi possono essere utili tutto l’anno: la vegetazione e la rimozione di asfalto e cemento, per restituire al terreno la capacità di assorbire l’acqua, riducono il calore e favoriscono la biodiversità, mentre biblioteche e centri culturali possono diventare luoghi di socialità. È evidente nella biblioteca Grazia Deledda, nel quartiere periferico di Ponticelli.
La biblioteca, inserita nella mappa dei rifugi climatici, rimane aperta fino a tardi. È gestita da tre associazioni insieme alla sesta municipalità del comune di Napoli. “Già con la riqualificazione del 2020 la biblioteca era stata pensata come uno spazio che potesse essere fresco in estate. Nel 2021 abbiamo fatto installare i condizionatori”, racconta Anna Nasti di Noi@Europe, una delle associazioni coinvolte nella gestione.
Una ragazza si trattiene fino all’orario di chiusura e, prima di andare via, dice ai bibliotecari che tornerà il giorno dopo “Qua si sta freschi e si studia bene”. Nella sala dedicata ai più piccoli, un gruppo di bambini gioca. “Gli adulti e gli anziani vengono meno. Per coinvolgere questi ultimi servirebbero attività dedicate, ma le risorse sono poche”, spiega Pietro Sabatino di Noi@Europe.
La mancanza di fondi è anche uno dei motivi per cui molti spazi pubblici, come le biblioteche, restano chiusi ad agosto, uno dei mesi più caldi dell’anno. “Non sappiamo se ad agosto la municipalità terrà aperto”, dicono i gestori.
Una questione di classe
È proprio a Ponticelli, nella periferia orientale di Napoli, che diventa evidente come il caldo sia anche una questione di classe. Il caldo colpisce indistintamente ricchi e poveri, ma la possibilità di proteggersi dipende dal reddito, dalla qualità della casa, dal lavoro, dalle condizioni di salute e dall’accesso al verde e ai servizi pubblici. Chi può raffreddare la propria abitazione, lavorare al chiuso o spostarsi al fresco affronta la stessa ondata di calore in condizioni molto diverse da chi lavora all’aperto o vive in un appartamento surriscaldato.
Decidere dove investire, quali servizi mantenere aperti e chi proteggere per primo non è quindi una scelta soltanto tecnica, ma politica. Ridurre le disuguaglianze, che il caldo rende più visibili e pericolose, aumenta l’efficacia delle misure di adattamento climatico. Significa scegliere in quali quartieri piantare alberi, aprire biblioteche e altri luoghi pubblici e climatizzati, migliorare le abitazioni e attivare servizi sociali.
“La resistenza delle città non può limitarsi alla mappatura dei rifugi climatici”, dice Guida. I rifugi devono essere parte della pianificazione urbanistica ordinaria e l’adattamento deve combinare interventi diversi: tra cui forestazione urbana, riduzione delle superfici impermeabili, isolamento termico degli edifici, servizi sanitari e sociali adeguatamente collegati tra loro, corridoi pedonali e ciclabili, e sistemi di allerta che non funzionino solo online.
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