Il fumo nel cielo era tale che il sole era sparito. Non avevo mai visto il cielo così. Avevano colpito i depositi di petrolio a est, ovest e sud di Teheran e il fumo aveva invaso tutto; sulle montagne era anche nevicato e l’inversione termica aveva intrappolato il fumo nel cielo.
Era quella la causa delle enormi esplosioni che avevamo sentito la notte. Avevano colpito i depositi petroliferi ai quattro lati di Teheran. Alle 8, quando ho guardato fuori dalla finestra, ho pensato che fossero le 5. Era tutto buio. Ho controllato il telefono: erano le 8.35. Ho chiamato mia moglie perché venisse a guardare. Si è coperta naso e bocca, e ha detto: “Hanno colpito con l’uranio”.
L’estate prima eravamo andati in Serbia e avevamo fatto amicizia con un serbo che ci aveva raccontato che un giorno si erano svegliati con una foschia leggera sulla città; tutti l’avevano ignorata e avevano continuato con la loro vita, per poi scoprire che la Nato li aveva bombardati con l’uranio impoverito e anni dopo, a Belgrado, si era cominciato a registrare un aumento spropositato di casi di cancro alla pelle.
Ho acceso la televisione e abbiamo visto le immagini dei depositi di petrolio in fiamme. Uno dei depositi si trovava in fondo alla nostra strada, ed è per questo che il fumo aveva avvolto la nostra casa.
Ho calmato mia moglie, ho chiamato un amico e gli ho chiesto di venirmi a prendere per andare a vedere i danni dei bombardamenti. Non sapevo ancora cosa avrei visto. Moriremo, ma chi ha visto questo giorno non sarà più colto di sorpresa dal destino. Durante la guerra precedente, quando avevano colpito la raffineria di Shahran, avevo visto su internet immagini dell’incendio e del fumo; ma questa volta non c’era nessuna immagine.
L’auto del mio amico è una Peugeot 206 bianca, ma quando si è fermata sotto la finestra il suo colore più che altro era grigio: la ricopriva uno strato sottile di fuliggine. E quando siamo tornati, nel pomeriggio, del bianco originale non era rimasto nemmeno una traccia: sembrava piuttosto un’auto nera scolorita dal vento e dalla pioggia. Noi non avevamo ancora visto nulla, non sapevamo cos’era successo. Andavamo solo da est a ovest e poi a sud, come un pellegrino venuto in visita che deve compiere i rituali.
Il deposito di petrolio a est era lontano meno di due chilometri da casa nostra. Quando siamo arrivati, le fiamme arancioni erano ancora ben visibili. Colonne sottili di fumo salivano e si univano nel cielo. Alcune fiamme bruciavano con forza, altre erano più deboli e i vigili del fuoco ci spruzzavano sopra acqua. Il mio amico ha detto: “Con questi getti d’acqua possono spegnere l’incendio?”. Ho risposto: “Lo fanno solo per raffreddare i serbatoi vicini, per evitare che prendano fuoco”.
I posti di blocco non ci permettevano di arrivare più vicino di così. Siamo tornati indietro dall’autostrada Artesh e ci siamo diretti alla raffineria di Shahran, a ovest. Abbiamo attraversato diverse autostrade. Ovunque c’erano posti di blocco e militari con uniformi incomplete che infilavano la testa nelle auto e scrutavano i passeggeri. Noi due avevamo un’aria sospetta: avremmo potuto imbracciare un’arma, bloccare la strada a un incrocio e nessuno ci avrebbe chiesto chi fossimo.
La verità oltre le macerie
Vicino alla raffineria di Shahran si erano riunite le squadre di soccorso e qualcuno con scritto “Comando” sulla divisa stava parlando. Hanno distribuito delle mascherine e poi ognuno se n’è andato per i fatti suoi. La notte prima il carburante era sceso nei canali e aveva continuato a bruciare fino al mattino, ma quando siamo arrivati noi era già finito: nei fossi restavano solo macchie nere. Le cime degli alberi che avevano germogliato erano bruciate. I fiori piantati dal comune erano carbonizzati. Le insegne di alcuni negozi erano deformate dal calore. E ancora, i posti di blocco non ci permettevano di avanzare.
La colonna di fumo qui era più grande e densa rispetto a quella a est, ma vedevo una sola fiamma continua e grande, e non c’erano autobotti. La cosa migliore era lasciare che il carburante bruciasse fino a esaurirsi.
Mentre ci dirigevamo a sud, discutevamo delle notizie e ci scambiavamo le informazioni che entrambi avevamo. Era l’unico modo per convincerci di essere ancora vivi e capire come si sarebbe delineato il futuro. Il futuro è una somma di probabilità nate dall’accumulo degli eventi quotidiani, e solo un pensiero astratto può vederle insieme, oppure qualcuno connesso a una realtà superiore. È questa sua improbabilità e la sua distanza dal presente che ha sempre affascinato l’uomo e lo ha spinto verso i profeti, veri o falsi che fossero. Ma qui, ora, noi non conosciamo gli eventi: abbiamo solo notizie.
La grande guerra è qui: entrambe le parti producono informazioni false e cercano di renderle credibili. Noi non vediamo la verità: vediamo solo il fumo nero che sale e gli edifici distrutti.
Lungo la strada verso il deposito a sud, ci siamo fermati in vari punti bombardati. Gli edifici della polizia sull’autostrada Kurdistan non esistono più: dietro il muro non c’è nulla. Il mio amico ha detto: “Sicuramente c’erano un sacco di poveri soldati lì dentro”.
Abbiamo fatto un calcolo approssimativo: quei soldati erano nati nel 2008 o prima. Abbiamo pensato che forse non ricordavano la vittoria della Spagna ai mondiali del 2010 o il movimento verde in Iran. Erano completamente ignari, e alcuni missili Tomahawk lanciati a migliaia di chilometri di distanza li avevano colti di sorpresa, senza dar loro il tempo di guardare alla storia.
La stazione di polizia in via Nilufar era stata colpita con una tale violenza che le vetrine dei negozi fino in fondo alla strada erano esplose, ferendo i passanti. Le schegge avevano colpito alcune persone che erano fuori a pranzo, e una l’avevano uccisa. Della stazione non restava che un cumulo di macerie. Queste erano le voci che circolavano: qualcuno le aveva sentite da qualcuno che a sua volta le aveva sentite da un parente di qualcuno presente sul posto. Annaspavamo in una zuppa di voci e notizie, una sorta di brodo primordiale.
L’edificio della polizia in via Torkmanestan non esiste più. La polizia diplomatica in piazza Ferdowsi non esiste più. Da lì si vedeva la colonna di fuoco del deposito a sud: sembrava che diversi pozzi di petrolio bruciassero contemporaneamente, come nelle immagini dal Kuwait durante la guerra del Golfo.
Ha cominciato a piovere, lasciando scie nere sulle auto. Sui muri dell’ambasciata britannica si leggeva: “Morte all’America” e “Morte a Israele”.
Abbiamo proseguito verso sud. La colonna di fumo era larga quanto piazza Tupkhaneh. Non si poteva immaginare che forma avesse da vicino, ma i fumi dei depositi si univano nel cielo formando una cupola nera sulla città. Sulle alture era nevicato e l’inversione termica teneva il fumo sospeso.
Quando siamo arrivati nel quartiere di Naziabad, nel sud di Teheran, ho detto al mio amico che non era necessario andare oltre. La scena davanti a noi sembrava uscita dal film Le dernier combat di Luc Besson. E davvero un uomo a torso nudo, con occhiali da saldatore, correva per strada. Il fumo era sceso fino ai pali della luce e agli alberi: finché non arrivavi ai posti di blocco non li vedevi.
Alcuni minibus pieni di donne e bambini, tutti con la mascherina, si dirigevano verso nord, probabilmente pensando che lì la situazione fosse migliore.
Il mio amico ha detto: “Se deve andare avanti così, è ora che facciano la pace”.
Ho risposto: “Hanno appena cominciato”.
“Trump ha detto che Israele ha agito da solo, che loro non erano d’accordo”.
Stavo per dire che in guerra nessuno si scusa né si dissocia davvero dai propri alleati, ma era meglio assecondarlo: in questo “brodo” eravamo insieme. Ho detto: “Se restiamo vivi abbastanza a lungo, capiremo chi diceva la verità”. Mentre tornavamo verso nord, tre enormi colonne di fumo si erano unite nel cielo: da ovest, est e sud.
Nel pomeriggio c’è stato un acquazzone primaverile, breve ma intenso, che ha lasciato nelle strade pozzanghere poco profonde con una patina oleosa che luccicava. L’asfalto brillava e indicava la direzione ancora prima che uscissero le stelle.
Per tutta la notte in televisione i commentatori hanno parlato della possibilità di piogge acide e della contaminazione delle falde acquifere.
Avevamo paura, ma chi ha visto un giorno così non ha più paura.
(Traduzione di Giacomo Longhi Alberti)
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