Erano decine le persone che una sera di fine maggio assistevano al dibattito sull’istituzione della zona rossa nel quartiere dell’Arcella, al parco Milcovich di Padova. Un incontro organizzato in poche ore. Tra gli organizzatori e i partecipanti, oltre ai rappresentanti di diverse associazioni e realtà cittadine, anche il sindaco della città Sergio Giordani. Qualche sera prima nello stesso parco più di trecento persone si erano riunite per una cena in strada, lungo la pista ciclabile del cavalcavia Borgomagno: tutti indossavano una maglietta rossa per protestare contro la decisione di dichiarare l’area “zona rossa”.
Il quartiere dell’Arcella, sviluppato intorno alle sue molte parrocchie, è quello più popoloso di Padova. Ci vivono quasi quarantamila persone, su un totale di 208mila abitanti. Anche a livello urbanistico esprime una sua complessità, con le villette liberty che si alternano alle case popolari, i condomini degli anni settanta e le industrie dismesse. È una città nella città, delimitata dalla ferrovia, dalla tangenziale che porta all’autostrada e dal fiume Brenta, che nel corso del novecento ha conosciuto un rapido sviluppo industriale, con stabilimenti come la fornace Morandi o la grande fabbrica della Saimp. Dal maggio 2025 il ministero dell’interno ha dichiarato il quartiere zona rossa, un’area cioè in cui sono in vigore particolari restrizioni e misure di sicurezza, ma gli abitanti non sono d’accordo.
Secondo la direttiva del ministero dell’interno, questa decisione avrebbe l’intento di “prevenire e contrastare l’insorgenza di condotte di diversa natura che, anche quando non costituiscono violazioni di legge, sono comunque di ostacolo al pieno godimento di determinate aree pubbliche”, prevedendo l’allontanamento di soggetti “che risultino denunciati o condannati, anche con sentenza non definitiva, nel corso dei cinque anni precedenti”.
Il ministero indica che la misura è da applicare ad “aree cittadine spesso connotate da condizioni di degrado urbanistico e sociale, unite a fenomeni di marginalità”. Ma gli abitanti del quartiere rifiutano questa decisione, che secondo loro rafforzerebbe discriminazioni e stereotipi. Nel frattempo i commercianti del quartiere hanno raccolto più di 1.300 firme contro la misura e hanno inviato la petizione al presidente Sergio Mattarella.
Il parco Milcovich è uno degli esempi di come il quartiere sia cambiato in meglio grazie al lavoro di tante persone e associazioni. Da spazio marginale, a lungo trascurato e noto soprattutto per lo spaccio di droga, è stato ampliato e negli ultimi anni è rinato. Oggi un’azienda che si occupa di cultura gestisce un locale e organizza un festival musicale che dura l’intera estate, ospitando concerti, dibattiti, oltre a lezioni di yoga e boxe aperte a tutti. Anche per questo gli abitanti del quartiere sono tornati a frequentarlo.
“L’Arcella è un quartiere che negli anni ha subìto molte trasformazioni”, racconta Luca Dall’Agnol del sindacato di base di Adl Cobas, che insieme al centro sociale Pedro (occupato dal 1987, a pochi passi dal cavalcavia Borgomagno), la polisportiva San Precario e molte altre associazioni sono al centro della mobilitazione. “Qui c’è un tessuto associativo molto radicato”, osserva Dall’Agnol, “che negli anni è cresciuto, con una presenza sempre maggiore di attività sociali e ricreative. Ad Arcella non c’è infatti nessuna emergenza criminalità, questa è una misura solo propagandistica”, continua il sindacalista.
Da febbraio a inizio maggio in città era già stata istituita la zona rossa nell’area della stazione ferroviaria. In tre mesi sono stati effettuati più di 19mila controlli, 220 al giorno, con 48 ordini di allontanamento. Nonostante i numeri non fossero allarmanti a maggio la misura è stata estesa anche all’Arcella e durerà fino alla metà di settembre. Dopo il primo mese, la prefettura ha comunicato che sono stati effettuati 1.350 controlli, circa 45 al giorno, che hanno portato a sette arresti.
Le comunità di stranieri arrivate in città negli anni ottanta hanno trovato casa in questa zona, così come gli studenti universitari, approfittando dei prezzi più bassi per gli affitti. “Da questo momento il racconto del quartiere ha cominciato a essere quello di un luogo poco sicuro”, spiega Giada Peterle, illustratrice che qualche tempo fa all’Arcella ha dedicato un fumetto, professoressa di geografia culturale e direttrice del museo di geografia dell’università di Padova. Peterle è originaria di Bolzano, ma come molti è tornata a vivere nel quartiere dopo averci studiato. Spiega che “questo succede perché sui giornali locali è dato spazio solo a titoli sensazionalistici, che contribuiscono alla costruzione di una percezione dell’insicurezza, che è un po’ la stessa cosa su cui lavora anche l’idea della zona rossa”.
“La percezione di una zona nell’immaginario collettivo è importante”, continua Peterle, “perché agisce soprattutto su chi non abita nel quartiere”. Molte persone saranno così spinte a non frequentare un certo quartiere, a non mandarci i figli a scuola e a non andare nei suoi negozi. Secondo la geografa, l’istituzione della zona rossa cancella i passi in avanti fatti negli anni e dà “nuovo vigore” allo stigma verso il quartiere.
“Un aspetto inquietante è la normalizzazione di azioni di controllo che rischiano di minare il tessuto sociale di un quartiere multiculturale”, osserva Peterle. “La città è uno spazio pubblico, che ogni cultura lo usa a modo suo. La presenza di persone sui marciapiedi è percepita come qualcosa d’inaspettato. Ma anche come un elemento di disturbo, che determina chi è fermato e chi no”.
Già nel 2015 l’amministrazione guidata dal sindaco leghista Massimo Bitonci impose all’Arcella l’ordinanza cosiddetta antikekab che prevedeva la chiusura in anticipo dei ristoranti etnici della zona, una sorta di coprifuoco per diverse attività di migranti. E anche all’epoca in molti si erano mobilitati contro un’iniziativa che andava a penalizzare una specifica fascia di abitanti del quartiere.
“Sono misure di tipo propagandistico”, spiega Dall’Agnol, “perché non producono effetti reali di sicurezza, ma spostano alcuni problemi sociali nelle aree limitrofe, e colpiscono le figure marginali che magari queste aree le attraversano per necessità, come i senza tetto della stazione o i soggetti razzializzati”.
Uno dei rischi concreti, in un quartiere in cui più del 30 per cento della popolazione è di origine straniera, è quello della profilazione razziale, pratica per cui la polizia italiana è stata recentemente richiamata dal Consiglio d’Europa. “La zona rossa è stata creata contro la comunità straniera”, dice Christian Agbor, un cittadino di origine nigeriana che vive a Padova da nove anni e fa parte della commissione per la rappresentanza delle persone padovane con cittadinanza straniera, un organismo del comune.
“Le aree individuate sono infatti zone in cui vivono soprattutto stranieri. Stanno facendo campagna elettorale sulla nostra pelle”. Agbor fa risalire l’origine del provvedimento a un fatto di cronaca dello scorso novembre, quando in via Tommaseo sono stati arrestati due richiedenti asilo che avrebbero “accerchiato e minacciato due poliziotti”, secondo quanto riporta la questura. Ma sta emergendo una versione diversa, in cui sarebbero stati gli agenti di polizia ad aver aggredito i due uomini, scatenando poi la reazione di altre persone intervenute per difenderli.
Lo stesso sindaco Giordani interpreta la misura come una scelta di propaganda politica, parlando di un “provvedimento imposto dall’alto”. “Qui mette le sue radici la gentrificazione, che è un pericolo reale”, riflette Filippo Grendene, che fa parte di Casetta Berta Cáceres, uno spazio legato al movimento politico Potere al popolo, che ha da poco concluso il suo festival culturale a parco Morandi, un altro spazio rinato negli ultimi anni.
Casetta Berta è nata nel 2019 dall’occupazione di uno stabile dell’Ater, ente regionale per l’edilizia popolare in Veneto, che stava per essere venduto ai privati e poi, dopo lo sgombero, è rimasto di proprietà pubblica e ora diventerà una residenza per persone disabili. Lo spazio sociale si è quindi successivamente spostato in un ex negozio, preso in affitto, in cui è attivo uno sportello sociale, sono organizzati corsi di italiano per stranieri e iniziative culturali.
“All’Arcella il prezzo degli affitti è salito tantissimo”, continua Grendene. “Al quartiere servono case e spazi verdi accessibili a tutti, e scuole decenti e dignitose, fondamentali per la sicurezza soprattutto dei migranti”, conclude.
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