Se vi parlo di un paese in crisi che se la prende con gli stranieri residenti sul suo territorio, sicuramente penserete all’Europa o al massimo al Nordamerica. Ma in realtà la xenofobia è possibile ovunque.

Il Sudafrica, principale economia del continente africano nonostante enormi problemi di sicurezza e disuguaglianza, sta vivendo una nuova ondata di ostilità nei confronti degli stranieri che vivono all’interno dei suoi confini, spesso da molti anni. Era già successo nel 2008 e nel 2019, con numerose vittime.

Stavolta non si tratta di un’esplosione spontanea di violenza, ma di un movimento organizzato chiamato March and March, che ha intimato agli stranieri di lasciare il paese entro il 30 giugno, vale a dire ieri. Gli organizzatori non hanno precisato cosa sarebbe successo dopo questa data, ma gli stranieri temevano il peggio.

Il 30 giugno sono state organizzate manifestazioni in molte città, con alcuni incidenti. Ma siamo ancora lontani dalle violenze del 2008.

Migliaia di stranieri hanno capito il messaggio e hanno già lasciato il Sudafrica. Il Ghana ha organizzato diversi voli per rimpatriare i suoi cittadini, mentre alcuni pullman sono partiti in direzione del Malawi e del Mozambico. Ma milioni di altri immigrati sono terrorizzati e non sanno cosa gli riserveranno i prossimi giorni.

Un bersaglio ideale

La crisi è frutto di una miscela ben nota: dopo la fine dell’apartheid, trent’anni fa, la nazione “arcobaleno” (come l’aveva descritta Nelson Mandela) ha attirato come una calamita molti africani provenienti da altri paesi in cerca di una vita migliore. Oggi gli stranieri sono tre milioni, cioè il 5 per cento della popolazione. Il problema è che il Sudafrica non ha mantenuto le promesse: il tasso di disoccupazione è vicino al 40 per cento, l’insicurezza ha raggiunto l’apice e la disuguaglianza domina in tutti settori. In questo contesto gli stranieri sono un bersaglio ideale, strumentalizzati dalle rivalità politiche e dai social media, come avviene un po’ in tutto il mondo.

C’è, in questa crisi, un fallimento che sarà difficile superare. Prima di tutto il fallimento dell’African national congress (Anc), il partito al governo, che ha tradito molte speranze e continua a perdere terreno alle elezioni. Oggi la popolazione se la prende con gli elementi più vulnerabili della società, nella speranza vana che cacciarli possa migliorare le cose. L’Anc non ha saputo anticipare una crisi che covava da anni.

Molti sudafricani sottolineano con rammarico la perdita di orientamento di un paese che si è liberato dell’apartheid anche grazie al prezzo pagato dai paesi indipendenti dell’Africa, che hanno accolto i rappresentanti dell’Anc in esilio. Gli eredi di Mandela non sono stati capaci di mantenere l’umanità che il primo presidente nero del paese aveva infuso nel Sudafrica post-apartheid.

Il presidente attuale, Cyril Ramaphosa, ha denunciato la “xenofobia, l’afrofobia e qualsiasi altra forma di intolleranza”, ma le sue parole sembrano inadeguate alla situazione, soprattutto in un contesto internazionale degradato. Un ex sindaco di Johannesburg, candidato alle prossime municipali, ha già annunciato che se sarà eletto creerà una forza di polizia simile all’Ice, l’agenzia contro l’immigrazione che imperversa negli Stati Uniti di Donald Trump. La xenofobia, evidentemente, sembra avere un futuro roseo ovunque.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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