Come prevedibile, gran parte del dibattito sull’intervento statunitense in Venezuela si concentra sul diritto internazionale, palesemente ignorato da Donald Trump. Ormai da quasi un anno, il presidente degli Stati Uniti porta avanti una politica imperiale che si basa unicamente sulla potenza militare. Secondo la rivista online Le Grand Continent, dal suo ritorno alla Casa Bianca Trump ha ordinato 637 attacchi aerei, più di Joe Biden in quattro anni di mandato. In nessun caso le operazioni erano state autorizzate da una qualsiasi istituzione internazionale.

Stavolta c’è stata un’operazione di vasta portata che ha permesso di catturare il presidente del Venezuela Nicolas Maduro. Il fatto che il dittatore fosse considerato un leader illegittimo in buona parte del mondo ha influenzato il giudizio sull’iniziativa di Washington: molti si sono addirittura complimentati per l’allontanamento forzato di Maduro, responsabile di aver portato il popolo venezuelano alla catastrofe, e pazienza per il metodo usato.

Eppure questo ha pesanti conseguenze nel contesto internazionale attuale. Non preoccuparsene è un errore, almeno per due ragioni: prima di tutto perché la legge del più forte imposta da Trump potrà anche essere applaudita quando colpisce un dittatore, ma davvero possiamo sostenere che sia diversa dalla visione imperiale che ha portato Vladimir Putin a invadere l’Ucraina o da una possibile annessione forzata della Groenlandia, territorio europeo dipendente dalla Danimarca su cui l’amministrazione Trump vorrebbe mettere le mani? Il diritto vale sempre, non si negozia caso per caso.

Il secondo motivo è ancora più pragmatico: eliminare un capo di stato è facile, come abbiamo visto in passato con Saddam Hussein in Iraq o con Muhammar Gheddafi in Libia. Il problema è che queste “liberazioni” imposte dall’esterno hanno regolarmente destabilizzato i paesi coinvolti. L’iniziativa di Donald Trump in Venezuela non è stata presa in nome della democrazia, una parola che non è stata nemmeno pronunciata. Di petrolio, invece, si è parlato fino allo sfinimento. Il seguito dipenderà soltanto dalla volontà del presidente degli Stati Uniti, e questa non è una buona cosa.

La legge del più forte

Cosa può fare il diritto internazionale? È evidentemente il punto debole del dibattito: oggi il diritto internazionale fallisce perché gli organismi che dovrebbero farlo rispettare sono troppo deboli e troppo sottomessi alle grandi potenze. L’uso di due pesi e due misure rimproverato agli occidentali, che condannano i crimini di Putin in Ucraina ma non quelli di Netanyahu a Gaza, ha indebolito qualsiasi discorso virtuoso. Trump ha assestato il colpo di grazia con la sua politica unilaterale, senza amici né alleati.

Per gli europei seguire questa deriva equivale a un suicidio, perché se è la legge del più forte a contare, allora il vecchio continente ha davvero poco peso. Ma pur di non perdere il sostegno statunitense in Ucraina, gli europei tendono a chiudere gli occhi davanti alla politica imperiale di Trump. È così che si spiegano in Francia le critiche alla reazione di Emmanuel Macron sull’intervento americano, che non ha fatto riferimento al diritto internazionale facendo un passo indietro rispetto al suo ministro degli esteri Jean-Noël Barrot.

L’Europa, dunque, perde una nuova occasione di esistere ricordando con forza la necessità di seguire regole chiare e uguali per tutti, restando testimone passiva della morte del diritto e condannandosi al vassallaggio.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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