“Se uno mi punge con qualcosa non esce niente, non esce sangue, non esce niente, fa troppo male. Sono fiero dei miei giocatori, della loro prestazione, dell’amore che ci hanno messo durante la partita”. Se ce ne fosse bisogno, bisognava ascoltare le parole del commissario tecnico degli azzurri, Gennaro Gattuso, martedì scorso, pochi minuti dopo la sconfitta della nazionale italiana a Zenica in Bosnia Erzegovina (1-1 e 1-4 ai rigori) nello spareggio per la qualificazione alla fase finale del mondiale di calcio maschile che si giocherà in America.
È la terza eliminazione in altrettante edizioni, dopo il disastro del 2017 (gli svedesi li avevano battuto la nazionale italiana senza esitare) e quello del 2022, quando la Macedonia del Nord si era imposta a Palermo. Una tendenza di fondo, che relega l’episodio di Zenica a semplice aneddoto.
Gli italiani hanno disputato una partita coraggiosa, facendo quello che potevano contro una formazione bosniaca che li ha superati in modo evidente in termini di talento: Kerim-Sam Alajbegović, Amar Memić, Esmir Bajraktarević, senza contare gli ultimi fuochi di un monumento del calcio come Edin Džeko, 40 anni, che ha vinto un duello su due contro i difensori italiani.
Effetto madeleine
Il punto è che a conti fatti il calcio si gioca sul campo. Cinque giorni prima la seleção brasiliana si era fatta maltrattare in un’amichevole a Boston (1-2), negli Stati Uniti, da una Francia ridotta in dieci per metà partita e poco motivata a dieci giorni dalla ripresa di una Champions league già nella testa di tutti i suoi calciatori.
Anche il marketing della partita, bisogna ammetterlo, ha avuto qualche difficoltà a venderla come una sorta di vertice assoluto del calcio, mentre in realtà si trattava solo di un’amichevole, con un Brasile che deve la sua partecipazione alla fase finale dei prossimi mondiali solo all’allargamento del formato da 32 a 48 squadre (nelle qualificazioni sudamericane era arrivato al quinto posto). E che, vale la pena ricordare, ha raggiunto le semifinali di un mondiale una sola volta nell’ultimo quarto di secolo, nel 2014, per poi subire sette gol dalla Germania di Thomas Müller.
Si capisce l’effetto madeleine, quei momenti perduti dell’infanzia o dell’adolescenza il cui ricordo riaffiora ogni volta che il Brasile o l’Italia – nove mondiali vinti complessivamente tra il 1934 e il 2006 – vanno avanti nella competizione.
Ma in realtà questo equivale a inseguire una chimera: il calcio vive la sua vita, si evolve. E questo sentimento nostalgico, o piuttosto i suoi eventuali effetti, non sono politicamente neutri, perché perpetuano ovunque – cioè anche nella testa dei dirigenti delle istituzioni e degli arbitri – l’idea di un mondo chiuso; una sorta di circolo esclusivo che la nazionale marocchina ha distrutto diventando, nel mondiale del 2022 in Qatar, la prima squadra africana a raggiungere le semifinali, e che i bosniaci, a un livello molto più modesto, hanno demolito martedì scorso.
In termini di calcio delle nazionali, questa imprevedibilità nei rapporti di forza è non solo una prerogativa del calcio ma anche il suo segreto, ovvero il cuore pulsante di un calcio inclusivo che invita potenzialmente tutti alla grande tavola.
La ricompensa
Con tutto il rispetto dovuto ai giocatori italiani, disavventure come quella che gli è capitata martedì scorso sono un bene, poiché indicano che tutto può ancora succedere sul campo.
Due giocatori di livello mondiale come il portiere Gianluigi Donnarumma e il centrocampista Nicolò Barella non bastano da soli a fare una squadra.
Nel frattempo però farà sicuramente piacere vedere l’instancabile Dzeko – che ha dato i suoi anni migliori da giocatore alla Roma e all’Inter, facendo ancora il jolly nella Fiorentina all’inizio della stagione in corso – partecipare ai mondiali americani con la maglia della Bosnia-Erzegovina.
(Traduzione di Andrea De Ritis)
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