Come ogni anno l’inizio dell’estate coincide con quello del festival del Cinema ritrovato, un appuntamento dal successo ormai crescente, per non dire inarrestabile, giunto alla sua 40ª edizione. Il programma è ricchissimo di offerte: da un Visconti restaurato all’apertura (in piazza Maggiore) con i meravigliosi chiaroscuri, i primi piani e le soggettive indimenticabili di Aurora (1927) di Friedrich Murnau, primo titolo hollywoodiano del cineasta tedesco.
Senza dimenticare la proiezione della Palma d’oro di Cannes del 1990, Cuore selvaggio di David Lynch, presentato in versione restaurata sempre in piazza Maggiore. E tanto, tantissimo altro, con film e cineasti noti e meno noti. Non per nulla questa edizione porta con sé la numerazione romana, XL, a significare anche extra large.
Ma prima di proseguire è bene fare un discorso generale. Il grande successo del festival ha fatto capire ai più (e alle istituzioni) che la memoria non solo è cosa viva ma è vita vera, poiché ravviva la nostra storia, sia la storia del cinema – arte principe del novecento – sia perché il cinema ha racchiuso la storia del mondo, del passato recente come di quello lontano, convogliando sulle sue rappresentazioni quantità incredibili di persone come nessun altro mezzo d’espressione.
Cuore selvaggio, David Lynch, 1990
Portandole in comunione nell’oscurità rotta solo dalla luce del grande schermo e offrendo spesso visioni grandiose, ha saputo suscitare un sentimento laico di religiosità e, all’epoca delle grandi cinematografie popolari, veicolare contenuti ed estetiche alte, mutuate e rielaborate in maniera originale e potente dalla pittura, dal teatro e dalle avanguardie, e per quest’ultime basti pensare ai musical con le coreografie del grande Busby Berkeley, come ho scritto al momento dell’uscita in sala di La La Land (2016) di Damien Chazelle (un amico del festival peraltro).
Ma oltre alla cinematografia hollywoodiana, questo è vero anche per quella francese (a cominciare dai tanti film di Marcel Carné realizzati con il poeta Jacques Prévert), indiana (dal ricchissimo cinema d’autore all’infinità di titoli girati a Bollywood), giapponese, messicana e iraniana. Queste ultime due sono grandi cinematografie anche di genere, contrariamente a quello che si potrebbe credere, che il festival in passato ha cercato di far riscoprire in tutte le loro sfaccettature.
Progetto da replicare
Forse alcune rassegne a questo punto potrebbero essere replicate, con alcune aggiunte/sostituzioni visto il grande successo del Cinema ritrovato, soprattutto tra ragazze e ragazzi, che rappresentano più del 50 per cento degli spettatori.
Ora se ne accorgono sempre più le istituzioni e i media, basti pensare all’inchiesta di Milena Gabanelli e Francesco Tortora. In altre parole, se la memoria è coltivata in modo intelligente, nella fattispecie quella del cinema, il risultato può essere una crescita culturale ed economica.
Come si spera sia capito anche altrove e per altri settori della cultura, dalle arti visive alla letteratura nelle sue espressioni più originali e marginali, che magari potrebbe comprendere anche un festival sugli scrittori più “contro” (non in maniera gratuita ma critici in maniera intelligente riguardo a certe tendenze culturali o del pensiero dominante, anche a sinistra), fino al fumetto/graphic novel, e qui forse devono svegliarsi Bologna, Roma e le altre grandi città rispetto alla Spagna, per non parlare della Francia: la recente mostra sul fumetto al centro Pompidou di Parigi, per citarne una, e le parole con cui il direttore del museo ne ha parlato al quotidiano Le Monde, riassumono bene il posto che il fumetto prenderà sempre più nei prossimi anni, anche nell’arte contemporanea. L’Italia latita anche su questo.
È importante essere consapevoli di questo, anche per inquadrare il successo internazionale del festival del Cinema ritrovato, in modo da capirne fino in fondo la portata, perché solo così nascono realtà nuove e innovazione: con coraggio, lungimiranza, anticonformismo.
Quando la cineteca di Bologna e il festival furono creati era tutto fuorché evidente, scontato. E questo è rivelatore di quanti schemi vecchi, consunti quanto deleteri, blocchino l’aria fresca del rinnovamento. In Italia ci sono insomma realtà culturali importanti da valorizzare, perché è giusto farlo ma anche perché possono essere motori importanti di rinascita, creando energie nuove. Il punto è semmai quello di avere, accanto a elementi di richiamo, un profilo culturale alto, che mantenga anche una certa genuinità e autenticità.
Dietro al Cinema ritrovato – complementare e al contempo in (benefica) concorrenza con altri festival cinematografici internazionali che operano sul patrimonio, particolarmente vero per quanto riguarda il francese festival Lumière di Lione, guidato dal direttore artistico di Cannes, Thierry Frémaux, (a capo anche dell’istituto Lumière) – c’è sia il lungo lavoro di un’istituzione, quello della cineteca di Bologna, nata nel 1962 e tra le più prestigiose al mondo, sia quello di grandi professionisti guidati da Gian Luca Farinelli, che dirige la cineteca dal 2000, dopo aver fondato il festival nel 1986, insieme a Nicola Mazzanti. Quando Farinelli si laureò a Urbino con una tesi sul restauro cinematografico, ottenendo il massimo dei voti, avrebbe mai immaginato un’evoluzione simile?
A quarant’anni dalla nascita del festival, questa è la realtà. L’Italia ha grandi possibilità se metterà a profitto in un grande progetto d’insieme le tante istituzioni d’eccellenza nei settori più diversi, invece di lasciarle disseminate nel territorio, così come si spera che la cineteca di Bologna possa diventare il perno di un progetto a raggio che valorizzi le cineteche italiane nel loro insieme, anche se bisognerà prima archiviare questo governo incompetente fino all’assurdo.
Nomi noti e da recuperare
Tornando al programma del festival: cosa ci riservano gli oltre cinquecento titoli di questa 40ª edizione in termini di sorprese, che si tratti di classici hollywoodiani, di capolavori d’autore o di grandi film meno noti e spesso restaurati come se fossero copie nuove, o di film che si credevano smarriti o rovinati, e invece sono stati recuperati?
Luchino Visconti, dopo aver inaugurato genialmente il neorealismo, per giunta in pieno fascismo (Ossessione, 1943, censurato e tagliato dal regime), inaugurerà poi, all’estremo opposto, il grande film storico d’autore con reminiscenze e influenze teatrali sapientemente miscelate, mostrando così a Hollywood come si fa a combinare una sontuosa opera in costume (Senso, Morte a Venezia, L’innocente, Ludwig e naturalmente Il gattopardo) con una finezza psicologica, interpretativa e di ricostruzione storica degne del miglior teatro e della letteratura.
Ossessione, Luchino Visconti, 1943
È anche il cuore della grande epoca del cinema italiano del dopoguerra, che nel 1968 porterà Cinecittà a produrre più film di Hollywood, e che la classe dirigente italiana difenderà ben poco. Di Visconti sono presentati dieci titoli restaurati, più la serie a episodi ideata nel 1986 dal critico Vieri Razzini per Rai3 in occasione di una rassegna a dedicata al regista nel decennale della morte, dove si affollano ricordi e testimonianze delle personalità più diverse del cinema, da Claudia Cardinale a Burt Lancaster, passando per Marcello Mastroianni.
A proposito di messe in scena impeccabili, in questi ultimi anni – senza dubbio anche per via dei restauri di cui è oggetto gran parte della sua cinematografia – forse non c’è regista del cinema classico hollywoodiano di cui in ambito cinefilo, e a livello internazionale, si parli di più di Mitchell Leisen, autore che ha coniugato la commedia spesso romantica, la screwball comedy con una tendenza visiva fortemente estetica, che conferisce spesso ai suoi film una connotazione onirica, dove le donne sono le figure predilette. Il tutto con dialoghi scritti da grandi registi come Billy Wilder e Preston Sturges, e con grandi attrici come Carole Lombard, Claudette Colbert, Jean Arthur e Barbara Stanwyck.
Proprio Barbara Stanwyck è oggetto di un’altra importante rassegna. Un’occasione per riscoprire un’attrice dalla grande versatilità, che ha spaziato dalla commedia al western, passando per il noir, e dalla grande capacità nel caratterizzare, anche con una certa inusitata asprezza per l’epoca, i ruoli da lei interpretati. Un’interprete, per dirla con il festival che “appare oggi sorprendentemente moderna. Attraverso i generi, la retrospettiva metterà in luce le molteplici sfaccettature di un’artista iconoclasta”.
Il cinema indiano, oltre all’impressionante produzione popolare realizzata a Bollywood, è ricchissimo anche di film d’autore. Oltre al cineasta d’ispirazione neorealista Satyajit Ray, uno dei maestri assoluti del cinema mondiale, vi sono molte altre figure che devono essere riscoperte.
Una delle maggiori è il bengalese Ritwik Ghatak, che ha saputo trasfigurare il senso di smarrimento e sradicamento seguito alla divisione del Bengala. Nella filmografia di questo regista assoluto in tutte le cose, la forte politicizzazione non soffoca mai la grande intensità della rappresentazione. L’intimo e il corale, la storia e il particolare si confondono e mai intralciano la forte sperimentazione stilistica in tutti gli ambiti, dal montaggio all’uso del suono. Se la sua filmografia è relativamente esigua – otto lungometraggi – è forse perché l’amore per il destino del suo popolo ha finito per schiacciare il suo, di destino. A Bologna sono riuniti “nuovi restauri e rare copie 35mm”, che offrono “un’occasione unica per riscoprire la grandezza e l’eredità di Ghatak”.
A river called Titas, Ritwik Ghatak, 1973
L’immancabile sezione Cinema libero, dedicata alle cinematografie di tutte le latitudini, anche le più lontane, consentirà di scoprire come l’iraniano Ebrahim Golestan “denuncia, attraverso un’allegoria politica, l’ascesa di una cultura votata al denaro”, ma anche un grande regista portoghese come Paulo Rocha, che con il suo film d’esordio (Verdi anni, 1963) è comunemente considerato come il capostipite del cinema novo portoghese. A Bologna sarà proposto il suo secondo lungometraggio, Mudar de vida (1966). Ci sarà anche un vero e proprio regista-mito, il filippino Lino Brocka (Weighed but found wanting, 1974).
In programma anche le opere d’esordio e introvabili di Wim Wenders e Akira Kurosawa, capolavori del muto, tra cui quelli sempre straordinari presentati nella cornice magica di piazza Maggiore – o cult movie come L’uomo che volle farsi re di John Huston, Manhunter di Michael Mann, Charlot soldato di Charlie Chaplin o The devils. Director’s cut di Ken Russell, nella versione rimasta invisibile per cinquantacinque anni.
Date retta: come viene il mal d’Africa dopo aver visitato l’Africa, basta una sola edizione del Cinema ritrovato per aver il mal di cinema. Forse per sempre.
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