Arriva in sala un grande film, anzi probabilmente un capolavoro, che ha il coraggio di lasciarci volutamente interdetti. Quanto affascinati. Pone una domanda ai limiti della fantascienza e della razionalità. È Disclosure day, il nuovo film di Steven Spielberg, uno dei due eventi cinematografici dell’anno, insieme a Odissea di Christopher Nolan (dal 16 luglio). Un duo cinematografico che consentirà alla Universal Pictures di monopolizzare gli schermi dell’estate.

Se il progetto Search for extraterrestrial intelligence (Seti) si basa sui radiotelescopi usati per cercare eventuali messaggi radio di forme di vita intelligente, quello che manda il maestro della fantascienza cinematografica all’intero genere umano è invece un messaggio alto. Quello di un cinema d’impronta umanistica su una civiltà giunta al suo ultimo stadio. Proprio come i possibili visitatori alieni che sarebbero già stati sulla Terra – venendo ancora oggi per studiarci – e che sarebbero arrivati da una dimensione “oltre” lo spazio-tempo per noi concepibile, Spielberg realizza a sua volta un film che va oltre ogni confine. Ma per poi tornare meglio al punto di partenza. Cioè all’umano ritrovato, all’umanità ritrovata. Forse per una nuova (ri)partenza, come il misterioso e intensissimo finale (un messaggio nel nero, sul quale non diremo di più) sembra suggerire.

Nel farlo incrocia il suo cinema e, una volta di più, il cinema tutto, mescolando i generi. Ma lo fa in un’opera che guarda all’umanità derelitta, alle stragi infinite dell’umanità contro l’umanità, agli abusi del potere, che si tratti delle deportazioni cieche e brutali delle persone, e alle malversazioni e torture praticate con implacabile leggerezza. Ma anche, per estensione, della violenza contro altri esseri viventi, come gli animali, che qui appaiono in una sequenza breve quanto fondamentale.

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Fin dal principio siamo immersi in un’atmosfera priva di atmosfera, dalla luce livida, plumbea, senza suggestione apparente. Eppure intensa, estremamente pregnante per la sua dimensione claustrofobica, per l’ansia di fondo. Veniamo subito precipitati nelle gesta frenetiche di un gruppo di attivisti guidati da un certo Hugo (Colman Domingo) che guida da lontano due reclute chiave, Jane Blankenship (Eve Hewson) e Daniel Kellner (Josh O’Connor, al cinema anche con un delicato western dei nostri tempi, Rebuilding. Come l’acqua per il fuoco di Max Walker-Silverman, incentrato su persone impoverite dai recenti incendi nelle zone rurali degli Stati Uniti, causati dal riscaldamento globale).

Loro contraltare è un certo Noah Scanlon (Colin Firth), un sensitivo che guida gli agenti di un’oscura agenzia governativa collegata con il Pentagono che scopriamo presto essere dedita a ogni costo alla conservazione e alla segretezza delle prove di vita aliena sulla Terra.

Gli attivisti sono tutti ex agenti di questa agenzia, ora dissidenti, che cercano di trafugare e di rendere pubbliche le tante prove di oggetti volanti precipitati e di corpi dalle sembianze chiaramente non umane. Lo fanno a scapito della loro vita, poiché questa agenzia ritiene che l’opinione pubblica non possa accedere a informazioni ritenute troppo destabilizzanti, a verità che altererebbero irrimediabilmente gli equilibri sociali, ma anche quelli più consolidati di potere. Pensiamo noi per voi. “Gli umani non sono pronti”, e di conseguenza qualsiasi metodo inumano è lecito, dalla tortura, compresa quella psicologica, all’omicidio.

Metodi tecnologici tra i più avanzati per individuarli e controllarli si mescolano a quelli ai confini del paranormale, in realtà mutuati dal contatto con gli extraterrestri. Ma presto il tutto è messo pericolosamente in pericolo da Margaret Fairchild (Emily Blunt), conduttrice di un programma di previsioni meteo i cui poteri di sensitiva aumentano a causa degli eventi. Del tutto all’insaputa dell’agenzia, Fairchild finisce per coadiuvare e avvertire gli attivisti dei pericoli, delle trappole.

Con sequenze degne di James Bond e Mission: impossible, mescolando venature horror (tra cui il filone della possessione diabolica), cinema d’azione e di spionaggio da film di serie B – ma realizzato con il lusso e l’eleganza della produzione di serie A – e ovviamente fantascienza, il regista di Jurassic park realizza un’opera prima di tutto dallo spirito anarcoide e antisistema, tarda filiazione della cosiddetta New Hollywood, un cinema erede della controcultura degli anni settanta dalla quale Spielberg proviene (insieme al suo amico George Lucas e a Martin Scorsese, Jonathan Demme, Francis Ford Coppola, Sam Peckinpah e molti altri).

Perché nello scontro dal sapore arcaico – nella più pura tradizione hollywoodiana – tra bene e male, un simbolo sacro fondamentale come il crocifisso è battuto (anche se temporaneamente) dal male – manipolatorio, predatorio – che qui è incarnato dallo stesso governo degli Stati Uniti, in teoria simbolo del bene, infiltrato ora da forze oscure (oscurantiste) e scivolato in un luogo in cui circola liberamente il male. La luce livida e semioscura dell’inizio che permea ogni cosa.

Ma quello che ci dice Spielberg, quello che ci fa vedere, è che in realtà ci siamo dimenticati di noi stessi, di cosa siamo. Spetta a noi dire basta e riacquistare una piena consapevolezza della nostra identità umana.

In una sequenza da antologia, la sensitiva della tv penetra nella base e – quasi come una X-men – prende le sembianze di una persona cara, ma ormai morta, di ogni singolo agente che si trova di fronte. Così facendo, usando il lutto, il dolore nascosto nell’animo di ogni essere umano – quel dolore che prontamente rimuoviamo per tornare alla rassicurante vita di automi – con una mossa semplice quanto geniale, Steven Spielberg trova un modo evidente quanto inatteso, originale quanto intenso, commovente fino alle lacrime, oltre che genialmente cinematografico – un procedimento semplice come tutti i procedimenti geniali – di destabilizzare un sistema disumano, riconducendo tutto all’umano che è in noi, nel quotidiano e nel vissuto di tutti.

Paura ed empatia

È bellissima la costruzione dei due personaggi femminili, praticamente speculari: una, Jane, più sensibile e debole, che si fa “possedere”, l’altra, Margaret, che respinge tutto e possiede a suo modo chi cerca di possedere (il sistema di potere/maschio dominante) ma attraverso l’arma umana dell’empatia.

Intervistato da Alberto Angela in occasione dell’uscita del film, Spielberg dice che bisogna cercare “di capire che quando incontri qualcun altro è proprio come te, che condividiamo le stesse cose che ci uniscono e allo stesso tempo ci separano. E che crescendo, dovremmo guardare ai nostri amici, identificarci con loro. Insomma, credo che bisognerebbe crescere con l’empatia, non con la paura”.

Quella paura, quel far proliferare la paura verso tutto e tutti, che è la cifra della destra populista nel mondo, che rovescia la celebre frase del presidente Franklin Delano Roosevelt: “Dobbiamo aver paura di una sola cosa, della paura stessa”.

Se già Giordano Bruno affermò che era impossibile che un’entità divina avesse creato una sola forma di vita intelligente, quella sul nostro minuscolo pianeta sperduto nell’immensità dell’universo, il regista riesce a conferire empatia a tutto e tutti in un crescendo magistrale, dopo un inizio quasi mesto, ma che nell’ultima mezz’ora ha la caratura di una rivelazione dal sapore forse anche religioso, nel senso in cui lo intendeva il laico Federico Fellini.

Finisce cioè per veicolare dentro ognuno di noi un sentimento di amore e compassione verso ogni forma di vita intelligente e meno intelligente: le immagini dei presunti schianti sulla Terra di alieni, dei loro corpi ritrovati, delle sevizie che hanno subito, grazie anche al lavoro sulla grana delle immagini, assumono la grandezza dei grandi orrori della storia umana, compresa quella più recente.

E contengono, allo stesso tempo, la meraviglia per la bellezza di ogni forma vivente, anche la più diversa e lontana, e per la sua rivelazione. Chiedono una nuova consapevolezza verso il dolore di tutti. Ma prima di tutto qui si spinge, e si costringe anche un po’, ad avere il coraggio di guardare.

Ci sono infatti nel film molte inquadrature con primi piani sui volti che guardano qualcosa di indicibile, e il trailer ne è una buona sintesi: una verità inquietante, per alcuni già rivelata nel cuore dell’infanzia, tema fondamentale del cinema di Spielberg, dove la fiaba è sempre inquieta.

Ora non è più tempo della fiaba piena di speranza di E.T. l’extraterrestre (1982), del brutto anatroccolo pieno zeppo di bellezza mistica. Né della patina new age, anch’essa intrisa di speranza, che immaginava che l’arte (la musica) e la mistica si potessero fondere in una sola cosa, unendo anche noi per raggiungere una dimensione cosmica in grado di salvare il genere umano, come in Incontri ravvicinati del terzo tipo (1977). Nemmeno siamo all’oscurità di La guerra dei mondi (2005), perché la guerra dei mondi, cioè la guerra tra civiltà, ce la stiamo facendo da soli. Qui c’è in effetti qualcosa di disperato, un appello ultimo a saper vedere un ordine supremo e universale che ci accomuna.

E che ci chiede di non cedere alla rassegnazione verso la macchina coercitiva e ottusa del potere: quest’ultimo, come si vede nel film, raggiunto un certo livello, finisce per dissolversi come neve al sole.

Quanto alla questione posta sull’esistenza di prove documentali sugli Ufo (Unidentified flying object, oggetto volante non identificato), ora ribattezzati Uap (Unidentified aerial phenomenon, fenomeno aereo non identificato) – quasi una questione civica per Spielberg – alla domanda di Angela se pensa che qualcuno ci nasconda delle verità, il cineasta ha risposto: “Penso che le prove circostanziali siano schiaccianti. Ci sono state a Capitol Hill le audizioni della commissione speciale della camera sugli Ufo. Hanno tenuto questi incontri nel 2023. Ed è stato sorprendente ciò che è emerso. Queste audizioni continuano. È la prima volta che al governo prendono davvero sul serio il fenomeno Uap”.

Questione discussa

Per aprire una piccola e veloce parentesi su questo tema, si può ricordare che Bill Clinton, secondo il suo ex portavoce George Stephanopoulos, fin dal suo primo giorno alla Casa Bianca lo incaricò di prendere dagli archivi tutti i documenti sugli Ufo (e sull’assassinio di Kennedy). Il neopresidente li esaminò per mesi con la moglie. Stephanopoulos racconta che fu un incubo, per la fatica.

Il New York Times dieci anni fa ha scritto anche che Hillary Clinton – come anche John Podesta, direttore della sua campagna elettorale, nonché consigliere di alto profilo di Bill Clinton e Obama e, a quanto pare, grande esperto sulle presunte origini non terrestri della nostra civiltà – è convinta che ci siano prove nascoste sugli alieni. E che sia pericoloso, se fosse così, lasciarle in mano ai militari. Va tenuto presente anche che Bill e Hillary Clinton sono ottimi amici del regista.

Un altro articolo del New York Times da leggere è quello su Luis Elizondo, che ha indagato sugli Uap per conto della commissione del Pentagono che, nel 2017, ha portato alla rivelazione, sempre del New York Times, dei filmati con tracciati radar di oggetti volanti capaci di fare nei cieli cose mai viste prima e che “sfidano le leggi della fisica”.

Infine, va ricordato il documentario di Elisabetta Mirarchi del 2021 per Speciale Tg1, dove si parla a lungo dell’istituzione della commissione al congresso statunitense, si intervista Luis Elizondo, che quando fu licenziato dal Pentagono fu difeso dall’ex capogruppo dei democratici al senato Henry Reid, dell’Arizona, nato vicino all’Area 51 (base segreta militare di cui a lungo fu negata l’esistenza e che secondo gli ufologi potrebbe nascondere corpi e veicoli extraterrestri).

Nel 2023 davanti alla commissione hanno deposto David Grusch, ex componente dell’intelligence militare, e gli ex piloti della marina Ryan Graves e David Fravor, parlando dell’esistenza di astronavi e resti biologici appartenenti a esseri alieni.

Per inciso, dire il falso in una deposizione fatta sotto giuramento può portare al carcere (si tenga presente che l’ex agente dell’Ice Christian Castro è stato incriminato e arrestato con quattro capi d’accusa per aggressione di secondo grado e per aver fornito una ricostruzione falsa sulla sparatoria in cui l’immigrato venezuelano Julio Sosa-Celische era rimasto ferito gravemente). Certo, è ancora una questione molto discussa, e discutibile.

Intanto, è giusto ribadire che Steven Spielberg, cercando di andare al cuore del tema, giusto o sbagliato che sia, va al cuore degli esseri umani. E così facendo va oltre.

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