“David Bowie è uno dei più importanti artisti di musica pop degli anni settanta. Ha anche un interesse particolare per la buona musica per bambini, perché ha un figlio di nome Zowie. E quando si è unito a questa registrazione della favola sinfonica di Prokof’ev pensava proprio a lui”. Le note di copertina di David Bowie narrates Prokofiev’s Peter and the wolf lo nominano solo all’inizio, il resto dello spazio è giustamente dedicato alla Philadelphia orchestra diretta dal maestro ungherese Eugene Ormandy (1899-1985).
Bowie è definito semplicemente come popstar e come padre di un bambino. È il 1977 ed è la prima volta che Zowie (oggi un regista di 56 anni di nome Duncan Jones) viene accostato al lavoro del padre. Bowie ha appena finito di promuovere l’album Heroes e ha del tempo libero: l’uomo segaligno e allampanato che nel dicembre del 1977 entra nello studio B della Rca di New York non è David Bowie ma è l’involucro nudo che aveva contenuto le sue varie incarnazioni. Major Tom, l’ambiguo cantautore di Hunky Dory, il glam rocker Ziggy Stardust e la sua decadente controparte americana Aladdin Sane, l’ibrido cane-umano di Diamond dogs, il plastic soulman di Young Americans e il filiforme Duca bianco, smagrito dall’abuso di cocaina.
Durante il suo soggiorno berlinese, cominciato nel 1976, Bowie aveva cominciato a liberarsi faticosamente delle maschere che aveva elaborato negli anni precedenti. Il Bowie che si appresta a leggere in studio la favola di Pierino e il lupo è un uomo invisibile, un uomo talmente sottile da non avere più un corpo o una faccia. L’unica cosa che ha è la voce.
David Bowie entra in quello studio da solo. Il maestro Ormandy aveva già inciso la musica di Prokof’ev a Filadelfia nel 1975, Bowie avrebbe fatto solo il doppiaggio della sua voce narrante. Pierino e il lupo è un progetto discografico molto ambizioso per la Rca americana. Eugene Ormandy è un grande direttore d’orchestra e un innovatore perfettamente cosciente dell’ecosistema tecnologico in cui si muove: il suono rotondo e morbido della sua Philadelphia Orchestra era stato ottimizzato per le ultime tecnologie di registrazione hi-fi. Nel 1979 avrebbe realizzato la prima registrazione classica digitale della Rca dirigendo il concerto per orchestra del suo conterraneo Béla Bartók.
Ormandy non è entusiasta della presenza di David Bowie, non ha idea di chi sia. La prima scelta della Rca erano state le voci degli attori Alec Guinness e Peter Ustinov, che però avevano rinunciato. Bowie è quindi una seconda scelta e Ormandy, quando scopre che è una rock star, si mostra scettico. L’intera operazione, a pensarci bene, è una bieca opportunità discografica: Bowie e Ormandy non s’incontreranno mai e la faccia della popstar viene usata dalla Rca essenzialmente per vendere un album di musica classica a un pubblico che solitamente non l’ascolta. Eppure Ormandy e Bowie sanno quello che fanno e la musica che sentiamo oggi è, almeno per me, la versione definitiva della favola di Pierino e il lupo di Prokof’ev.
Pierino, giovane pioniere sovietico
Il compositore russo Sergej Prokof’ev (1891-1953) aveva scritto la musica e il testo per voce narrante di Pierino e il lupo nel 1936. In quell’epoca era rientrato stabilmente in Unione Sovietica e viveva a Mosca all’hotel Metropol in attesa che il governo gli destinasse un appartamento. Era guardato con sospetto per i suoi trascorsi americani e in un articolo sull’Izvestija cercò di difendere la sua musica dalle accuse infamanti di formalismo e di mollezza borghese. Proprio per avvicinarsi a una musica più popolare e immediata cominciò a frequentare i teatri per bambini e a lavorare su musiche destinate a un pubblico di giovanissimi.
Era un modo scaltro per aggirare i dogmi del realismo socialista: musicare una favola legata alle tradizioni folcloristiche russe lo faceva rifugiare in un mondo di fantasia al sicuro dallo sguardo occhiuto della critica di regime. E il personaggio di Pierino poi poteva incarnare lo spirito del piccolo pioniere sovietico. Pierino e il lupo, con buona pace dei nemici del formalismo, è una partitura molto brillante in cui tutti i colori dell’orchestra sono dispiegati come un arcobaleno. A ogni strumento corrisponde un animale e la voce narrante aiuta i piccoli ascoltatori a distinguere le “voci” dell’orchestra e a capire il concetto di leitmotiv.
Pierino è introdotto dagli strumenti ad arco, l’uccellino è il flauto traverso, l’anatra è l’oboe, il gatto è il clarinetto e così via. La voce narrante dà ritmo alla storia, racconta cosa succede e aiuta i bambini a visualizzare il suono degli strumenti come animali. Ci vuole una voce chiara ma non neutra, una voce che non infantilizzi il pubblico e che lo cali in una finzione che deve essere magica e credibile allo stesso tempo. David Bowie è l’uomo giusto al posto giusto.
Una tavolozza vocale
Per sua stessa ammissione Bowie non è mai stato un grande cantante, né per estensione né per timbro. La sua voce naturale era quella di baritono chiaro e con il tempo e lo studio aveva sviluppato un registro più tenorile e un falsetto agile ed espressivo. Bowie più che una preparazione da cantante ha avuto una formazione teatrale, da attore e mimo. La sua voce è, come tutto il suo lavoro, una costruzione fatta di tante parti diverse in movimento. La voce gli serviva per dare anima ai suoi personaggi, ai suoi avatar, ed era un elemento del suo travestimento teatrale.
Nel suo dna vocale c’è tanto cabaret inglese (soprattutto un attore e cantante di nome Anthony Newley che adorava e imitava da ragazzo), tanta chanson francese e tanto rock ‘n’ roll delle origini: Bowie era in grado di tenere insieme la leggerezza del burlesque, la malinconia di Jacques Brel, il glamour algido di Marlene Dietrich e la zampata rock di Little Richard. Erano i colori della sua tavolozza vocale, una tavolozza su cui ha continuato a lavorare fino alla sua morte avvenuta nel 2016. Se c’è stato un artista rock che si è posto il problema di come usare la voce e di come declinarla in base a un personaggio è stato Bowie.
Il Bowie che presta la sua voce a Pierino e il lupo ha l’intelligenza di capire che in quel contesto la pop star deve sparire. Il lavoro con Brian Eno sulla cosiddetta trilogia berlinese lo ha portato a usare la voce “in sottrazione”. Nella seconda facciata dell’album Low (1977), che è quasi esclusivamente strumentale, Bowie fa il miracolo di scomparire restando presente nella musica. Come un fantasma.
In Pierino e il lupo il contesto è completamente diverso ma Bowie ha imparato la lezione berlinese, quel modo di sparire pur rimanendo presente. Mettendo l’album sul giradischi la prima cosa che sentiamo quando la puntina tocca il vinile è la sua voce: “This is the story of Peter and the wolf”… questa è la storia di Pierino e il lupo. Qui la sua voce è asciutta e precisa come quella di un annunciatore della Bbc: deve spiegare ai bambini come funziona il gioco con l’orchestra. Quando parte il notissimo tema di Pierino, arioso, allegro e tutto sostenuto dagli archi, la voce di Bowie cambia: entra nella favola e man mano che va avanti comincia a identificarsi con i vari personaggi della storia.
Nell’ultima parte, quando l’azione s’infittisce, il lupo inghiotte l’anatra ed entrano in scena i cacciatori, Bowie è sempre più presente: pur rimanendo sempre lui – quindi in qualche modo fuori scena – cambia voce, scurisce il timbro se necessario, o si lancia anche in qualche vocina quasi caricaturale. Ma lo fa con la naturalezza di un genitore che legge per un bambino: non fa l’errore di dialogare con l’orchestra ma parla direttamente nelle orecchie di chi ascolta. L’orchestra rimane protagonista come l’illustrazione colorata di un bellissimo libro per bambini.
L’album David Bowie narrates Prokofiev’s Peter and the wolf esce il 2 maggio del 1978 ed è completato da un altro famoso pezzo di musica classica pensato per i bambini: la Young person’s guide to the orchestra di Benjamin Britten. Tutto diretto da Eugene Ormandy ed eseguito dalla Philadelphia orchestra. Il disco ha il successo che la Rca sperava e lo stesso maestro Ormandy, alla fine, rimane più che soddisfatto della performance di quella strana star del pop che non aveva mai sentito nominare.
The Philadelphia orchestra directed by Eugene Ormandy
David Bowie narrates Prokofiev’s Peter and the wolf
Rca Red Seal, 1978
Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it